Fare sesso con 20 donne per scongiurare il cancro alla prostata

prostata

Andare a letto con più di 20 donne sembrerebbe proteggere gli uomini dal cancro alla prostata, afferma un nuovo studio.

La ricerca ha riscontrato che gli uomini che erano andati a letto con più di 20 donne avevano abbassato il rischio di sviluppare il cancro di quasi un terzo, avendo il 19 per cento in meno di probabilità di sviluppare la forma di cancro più aggressiva.

Al contrario, uomini che erano andati a letto con più di 20 uomini avevano raddoppiato il rischio di sviluppare il cancro alla prostata rispetto ad uomini che non avevano mai fatto sesso con un altro uomo.

I ricercatori dell’Università di Montreal credono che il rapporto sessuale protegga gli uomini dal cancro alla prostata e gli uomini più promiscui hanno sicuramente maggiori probabilità di avere rapporti sessuali rispetto a chi ha una relazione monogama.

Tuttavia, per gli uomini omosessuali il beneficio del rapporto frequente viene limitato dal maggiore rischio di contrarre una malattia sessualmente trasmessa. Gli uomini gay con un solo partner non corrono però un rischio maggiore.

“È possibile che avendo molte partner sessuali femminili questo si traduca in una maggiore frequenza di eiaculazioni, il cui effetto protettivo contro il cancro alla prostata è stato precedentemente osservato in studi di coorte” ha detto la ricercatrice Dott. ssa Marie-Elise Parent.

Questi i risultati della ricerca. Le autorità sanitarie dovrebbero dunque fare una campagna di questo genere per diminuire il cancro alla prostata? La Dr.ssa Parent di fronte ad una domanda così diretta ha preferito rispondere: “Non siamo ancora a questo punto”.

Lo studio ha esaminato più di 3.200 uomini in un periodo di quattro anni, tra il 2005 e il 2009. In generale, gli uomini con il cancro alla prostata avevano una probabilità doppia di di avere un familiare malato della stessa malattia, rispetto a chi non aveva questa patologia. Tuttavia, i ricercatori sono stati sorpresi nello scoprire che il numero di partner sessuali abbia influenza nello sviluppo del cancro.

Gli uomini che non avevano mai avuto rapporti sessuali avevano quasi il doppio delle probabilità di ammalarsi di cancro alla prostata, rispetto a chi aveva avuto rapporti.

Se un uomo ha avuto più di 20 donne durante la sua vita ha una riduzione del rischio di malattia del 28% e una riduzione del 19% per i tipi di cancro più aggressivi.

D’altra parte, coloro che hanno avuto rapporti con più di 20 uomini hanno il doppio delle probabilità di ricevere una diagnosi di cancro alla prostata di ogni tipo, rispetto a coloro che non hanno mai avuto un rapporto omosessuale. Il loro rischio di avere un cancro alla prostata meno aggressivo aumenta del 500 per cento rispetto a coloro che hanno avuto un solo partner omosessuale.

La Dr.ssa Parent ha detto che lei può solo formulare ipotesi “altamente speculative” per spiegare l’associazione. “Potrebbe derivare da una maggiore esposizione a malattie sessualmente trasmissibili, oppure si potrebbe ipotizzare che il rapporto anale produca un trauma fisico alla prostata,” ha detto.

Precedenti studi avevano scoperto che il rapporto sessuale può avere un effetto protettivo contro il cancro alla prostata, perché riduce la concentrazione di sostanze cancerogene di tipo cristallino nel liquido della prostata.

Lo studio, pubblicato sul Journal Cancer Epidemiology è il primo a scoprire un collegamento tra il numero di partner sessuali e il rischio di sviluppare il cancro.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Sex with 21 women lowers risk of prostate cancer, academics find The Telegraph

Sessualità e benessere in chi fa sesso per amicizia

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In genere la sessualità viene considerata all’interno di rapporti di coppia stabili, ma gli studi più recenti dimostrano che sempre più spesso le relazioni sessuali non hanno molto a che fare con i rapporti sentimentali.

Un tipo particolare di relazione in cui possono avvenire rapporti sessuali senza coinvolgimento sentimentale è ad esempio quello del “sesso per amicizia” o “friends with benefits”  (Jonason, Li & Cason, 2009; Jonason, Li & Richardson, 2011; Grello, Welsh & Harper, 2006).

Si tratta di un tipo di relazione sessuale che è emersa negli ultimi tempi (Bisson and Levine, 2009) e che ha come caratteristiche la presenza di un rapporto di amicizia e dunque di vicinanza psicologica, ma non di un coinvolgimento sentimentale (Lehmiller, VanderDrift & Kelly, 2011; Owen & Fincham, 2011; Hughes, Morrison & Asada, 2005 ; McGinty, Knox & Zusman, 2007).

Si tratta insomma di una relazione ibrida: non proprio sentimentale, non proprio un’amicizia; secondo alcuni autori un po’ di entrambe le cose (Bisson & Levine, 2009; Lehmiller et
al., 2011).

La Pan-American Health Organization, e l’OMS in collaborazione con la International Association of Sexology (WAS) hanno definito la salute sessuale come uno stato di benessere fisico, psicologico e socioculturale legato alla sessualità (OPS & OMS, 2000).
Il benessere psicologico è dunque un componente della salute sessuale (Levin, 2007; Carrobles, Gámez-Guadix and Almendros, 2011; Victoria and González, 2000) ed è alla base dei sentimenti positivi che la persona prova per sé stessa (autostima in primis).

Tradizionalmente le ricerche indicano che sia l’amicizia sia la relazione romantica aumentano il benessere psicologico (Corrigan and Phelan, 2004; Manning, Longmore & Giordano, 2005), mentre il sesso casuale è considerato negativo per il benessere, date le emozioni negative che può generare (Grello, Welsh, Harper & Dickson, 2003; Bisson & Levine, 2009; Owen & Fincham, 2011).

Per quello che riguarda le relazioni sesso e amicizia invece si è notato che in genere i partecipanti hanno tensioni sessuali che creano loro stati di disagio (Afifi and Faulkner, 2000).
Altri studi sull’argomento sembrano dimostrare che chi partecipa a questo genere di relazioni non corra rischi psicologici maggiori rispetto a chi non fa sesso con una persona amica (Eisenberg, Ackard, Resnick and Neumark-Sztainer, 2009).

Sembra che nei friend with benefits le emozioni positive superino le negative (Owen & Fincham 2011a,b; Lewis, Granato, Blayney, Lostutter & Kilmer, 2012), fatto d’altra parte ipotizzabile, dato il numero di giovani adulti che si coinvolgono in questi rapporti (Afifi & Faulkner, 2000; McGinty et al., 2007; Puentes, Knox & Zusman, 2008; Bisson & Levine, 2009; Weaver, Mackeigan and MacDonald, 2011). In altre parole, in base alle ricerche, sembra difficile concludere che queste relazioni siano causa di forte stress (Owen and Fincham, 2011)

Quanto al genere sessuale, le donne più degli uomini qualificano la loro esperienza di “sex with benefits” come “importante”, ma nello stesso tempo esse non desiderano stabilire una relazione del genere con molti partners, al contrario di come la pensano gli uomini su questo punto (Bell, 1981; Owen an Fincham, 2011; Lewis,et al., 2012). Le reazioni delle donne a queste relazioni appaiono comunque meno positive rispetto a quelle che hanno gli uomini (Fincham & Owen 2011; Lewis
et al., 2012) e più spesso degli uomini esse dichiarano di sentirsi a disagio o in colpa.

In genere le donne sono considerate meno portate per il sesso casuale ma, come sostiene Kate Taylor, in un articolo pubblicato su The New York Times nel luglio 2013, le donne oggi appaiono cambiate e sembrano più disponibili ad incontri sessuali senza che vi sia una relazione.

Ci si potrebbe chiedere dunque: avere una relazione di questo genere aumenta il benessere psicologico di una persona? Vi è una differenza fra i sessi?

Uno studio recentemente pubblicato si è basato su 1073 individui, di cui 119 (11%) ha dichiarato di essere coinvolto in una relazione di questo tipo. Di essi, 31 erano uomini e 88 erano donne. L’età media era di 24 anni. Il 91% di loro erano eterosessuali, il 2% gay, il 7% bisessuali, l’1% era pansessuale.
La ricerca è stata condotta online, tramite questionario.

Risultati:

I risultati sono in linea con le ricerche precedenti e mostra che le persone coinvolte in questo genere di relazioni ne ricavano un senso di benessere. Quanto al genere sessuale invece, contrariamente a quanto scoperto in precedenza (gli uomini hanno reazioni migliori delle donne, vedi Owen and Fincham, 2011) anche le donne hanno mostrato di avere reazioni positive alla relazione sessuale con un amico e questo conferma il fatto che i ruoli sessuali stanno subendo profonde trasformazioni (vedi Green, 2008; Taylor, 2013).

Adattato da Friends with Benefits and Psychological Wellbeing, Science Direct

Dr. Walter La Gatta

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Flickr

Michelle Obama ed i pregiudizi sulle donne nere e sulle trans

I teorici della cospirazione sostengono da anni che il presidente Obama non sia nato negli Stati Uniti, e quindi non sia un presidente legittimo. Stessa sorte è toccata alla moglie, Michelle Obama. La scorsa estate, dopo che Joan Rivers (attrice comica americana) aveva scherzato sul fatto che Michelle Obama fosse una trans, i blog di destra hanno cominciato a teorizzare su questo argomento, facendone una cosa seria. La falsa accusa che Obama non sia nato negli Stati Uniti è “un modo intelligente, politicamente corretto, per ricordare alla gente che Obama è nero e dunque inaffidabile, non uno di noi”, ricordaTouré su Time.

Come le trans sono lo stereotipo caricaturale della femminilità, le donne nere sono lo stereotipo della mancanza di femminilità. Un team di ricercatori della Columbia Business School guidati da Adam Galinsky ha scoperto che le persone di colore vengono considerate più “maschili” rispetto ai bianchi; il rapporto suggerisce che questi stereotipi aiutano a spiegare perché “nei matrimoni misti tra bianchi e neri, il 73 per cento riguarda mariti neri e mogli bianche”.

Lo stereotipo secondo il quale le donne nere siano in qualche modo invulnerabili o super-forti nasconde una realtà culturale ben diversa, ovvero che le donne nere sono spesso oggetto di violenza e di discriminazione. Le donne di colore hanno probabilità tre volte maggiori di essere incarcerate rispetto alle donne bianche, una disparità che sta diminuendo rispetto al 2000, quando il tasso di incarcerazione era di 6 donne nere per ogni bianca.

Le donne nere hanno probabilità tre volte maggiori anche di morire in incidenti di violenza domestica, rispetto ad altri gruppi razziali. Nella ripresa economica americana, l’unico gruppo che non ha visto alcun miglioramento delle prospettive di lavoro sono le donne nere, i cui tassi di disoccupazione rimangono superiori al 10 per cento. Uno studio del 2012 ha rilevato che il 60 per cento delle ragazze nere ha sperimentato abusi sessuali prima dei 18 anni.

Eppure, nonostante tale chiara evidenza di vittimizzazione, le donne nere sono in genere ritenute la causa dei problemi sociali. Patricia Hill Collins, in Black Feminist Thought, parlava del famoso rapporto Moynihan del 1967 sulla razza il quale presentava le famiglie nere come disfunzionali per colpa delle donne nere che “non riescono ad adempiere ai loro compiti femminili tradizionali” per la crescita dei figli. Collins riporta anche lo steretipo secondo il quale le matriarche nere tendono a demascolinizzare i loro uomini, i quali facendosi poi nuove famiglie tendono a perpetuare queste patologie sui loro figli. La forza maschile delle donne nere e la loro voglia di indipendenza quindi si pensa sia la causa delle loro famiglie spezzate.

Vedere Michelle Obama come una trans sfrutta gli stereotipi negativi contro le donne nere, che vengono ritenute maschili e deformi. Questa particolare storia di stigma sociale aiuta a spiegare perché molte donne di colore, come molte trans, non si sentano gradite e parte dei movimenti femministi bianchi.

La seconda ondata di femminismo degli anni sessanta e settanta, vedeva “la femminilità come una trappola, come qualcosa che non faceva progredire le donne”. Il femminismo poteva essere liberatorio per molte donne come Betty Friedan, che si sentiva costretta dai doveri domestici, o Gloria Steinem, che (nel suo famoso articolo sulle conigliette di Playboy) parlava di sessualizzazione e oggettivazione.

Come spiega Janell Hobson, del Women’s, Gender & Sexuality Studies presso la Università di Albany, mentre le donne bianche si sentivano oppresse dalla femminilità, la femminilità delle donne nere non era nemmeno riconosciuta. Per questo il rapporto della donna nera con il femminismo è stato controverso … Come si fa a parlare di femminilità come una trappola, se la femminilità non viene neanche riconosciuta?

“La nostra stessa femminilità è stata aggredita” sostiene la Hobson, ricordando che le donne nere sono state “sottoposte ai peggiori tipi di stupro in schiavitù, alla violenza sessuale, alla sterilizzazione … Anche il diritto alla maternità non esisteva per le donne nere”. La mancanza di femminilità, o la presunta mascolinità delle donne di colore è diventata dunque un pretesto per la violenza; la percezione che esse siano forti e non sentano il dolore è diventata una scusa per ignorare la loro sofferenza.

Gloria Hull, Patricia Bell Scott, e Barbara Smith intitolarono il loro libro del 1982 sulla liberazione delle donne nere:  All the Women Are White, All the Blacks Are Men But Some of Us Are Brave. (Tutte le donne sono bianche, tutti i neri sono uomini, ma alcune di noi sono coraggiose).

Il titolo fa riferimento al fatto che il femminismo si è prevalentemente occupato di donne bianche, mentre il movimento nero che lottava per i diritti civili si è concentrato prevalentemente sugli uomini neri. Le donne nere non sanno come collocarsi, dal momento che non vengono considerate delle “vere” donne, in una società dove la femminilità è iconicamente bianca.

Proprio come le trans, le donne nere sono prese di mira in quanto donne ma anche, allo stesso tempo, perché non sono donne (in base al pregiudizio stereotipato).

Sojourner Truth (una femminista nera dell’800, ex schiava la cui biografia sembra un romanzo) si è chiesta 150 anni fa “Ain’t I a woman?” (Non sono una donna?). Ebbene, la cultura americana, di destra o di sinistra, femminista o anti-femminista, sembra fatichi ancora molto a rispondere “sì”.

Dr. Giuliana Proietti

Adattato da:
Michelle Obama Trans-Truthers Reveal Persisting Prejudices, Pacific Standard

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Michelle Obama,  Wikimedia 

Qualità della vita nella coppia anziana

Un nuovo studio condotto presso la Rutgers University ha scoperto che se la moglie è soddisfatta del suo matrimonio, il marito è più felice, al di là di cosa egli stesso pensi del suo rapporto matrimoniale.

Secondo la ricercatrice, Deborah Carr, quando la moglie è soddisfatta del suo matrimonio, tende a fare di più in favore del marito, cosa che poi ha effetto sulla vita di lui.  Ci si potrebbe chiedere se la cosa è vera al contrario: la ricercatrice sostiene di no, perché i mariti insoddisfatti non parlano dei loro problemi in casa.

La Carr e Vicki Freedman, docente presso lo University of Michigan Institute for Social Research avevano già pubblicato degli studi su questo argomento nel Journal of Marriage and Family , ma lo studio attuale secondo l’autrice è diverso dai precedenti, in quanto si è cercato questa volta di raccogliere le voci di entrambi i partners sposati da un lungo periodo, per cercare di capire come i loro sentimenti possano influenzare la loro relazione di coppia.

Sono state studiate 394 coppie che avevano preso parte ad uno studio del 2009 su salute e disabilità. In genere si trattava di coppie in cui almeno uno dei due partners aveva almeno 60 anni e la durata del matrimonio era di 39 anni.

Per valutare la qualità della relazione sono state poste alle persone diverse domande, come ad esempio quanto la donna apprezzasse il marito, discutesse con lui, capisse i suoi sentimenti o fosse irritata dai suoi comportamenti. I due partners delle coppie prese in esame dovevano anche tenere un dettagliato diario delle 24 ore precedenti l’intervista, durante le quali dovevano fare particolari attività, come lo shopping, i lavori di casa e guardare la televisione.

Le risposte sono state molto elevate circa l’apprezzamento della propria relazione (in media 5 punti su 6), con i mariti che valutavano la loro unione leggermente meglio delle loro partners.

Secondo la Carr le coppie che apprezzavano la loro unione erano molto più soddisfatte della vita e più felici. Lo studio ha inoltre scoperto che se il marito si ammala, la moglie diventa meno felice, mentre la stessa cosa non succede ai mariti la cui moglie si ammala. Come mai?

Ecco l’interpretazione del fenomeno da parte della Carr:

“Sappiamo che quando il marito si ammala è la moglie ad occuparsi di curarlo e questa può essere un’esperienza molto stressante. Quando invece è la donna anziana ad ammalarsi, non è il marito che si prende cura di lei, ma in genere è la figlia femmina”.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:

Happy Marriage, Happy Life? Marital Quality and Subjective Well-being in Later Life, Journal of Marriage and Family Volume 76, Issue 5, pages 930–948, October 2014 DOI: 10.1111/jomf.12133, via Medical News Today

Le donne e la Disfunzione Erettile

La disfunzione erettile (DE) è l’incapacità ripetuta o permanente di un uomo di raggiungere o mantenere un’erezione sufficiente per un’attività sessuale [1] . Essa colpisce circa il 10-20% degli uomini di tutto il mondo [2,3]. Dagli anni ottanta del secolo scorso, sono stati compiuti reali progressi nella comprensione e nel trattamento di questa disfunzione sessuale, che è stata a lungo un tabù. Numerosi studi epidemiologici hanno valutato pazienti con disfunzione erettile, mentre le loro partner sono state oggetto di un minore interesse nella ricerca.

Uno studio pubblicato nel 2011 (D. Delavierre, E. Poisson, [21]) ha cercato di valutare il comportamento delle partner femminili di pazienti che avevano chiesto una consulenza per problemi di DE osservando le relative ripercussioni sulla loro vita di coppia, individuate attraverso uno specifico questionario sulla vita sessuale (ISL) sviluppato da Chevret et al. [4] .

Centotrentasette pazienti, di età compresa tra 24 e 80 anni (media 57,4) sono stati inclusi in questo lavoro con i seguenti criteri: eterosessualità, IIEF ≤ 20, relazione stabile da più di sei mesi con un’unica partner e dichiarazione della ragione della eventuale assenza della partner nella consultazione, oltre che atteggiamento di questa ultima nei confronti della DE del partner.
Le 137 partner di sesso femminile erano di età compresa tra 20 e 78 anni (media 54) ed anche a loro è stato somministrato il questionario ISL [4] .

Il questionario ISL riguarda la vita sessuale dei partner nelle ultime quattro settimane. Esso contiene 11 domande, di cui dieci sono raggruppate in tre domini (desiderio, soddisfazione nella vita sessuale, livello di soddisfazione nella vita). In questo campione, nei casi più frequenti la DE era secondaria (98%), grave (49%) e presente da oltre un anno (64%). Nella maggior parte dei casi, le coppie erano sposate o conviventi (94,8%); il rapporto durava da più di dieci anni nel 77% dei casi e da più di 30 anni per il 45%. Il 79% dei pazienti del campione ha affermato di avere rapporti sessuali regolari (diverse volte nelle ultime quattro settimane).

Riguardo al comportamento delle partner è interessante notare che il 43% degli uomini ha riferito che la loro partner li aveva incoraggiati a consultare un professionista per la DE, mentre il 3% ha ammesso che la partner aveva cercato di dissuaderli.
Centoquattro pazienti (76%) si sono presentati da soli alla visita. I motivi più frequenti indicati per giustificare l’assenza della partner alla consultazione sono stati: 1) “lei era occupata” (58%), 2) “non ci abbiamo pensato” (24%), 3)  “non sapevamo che fosse possibile “(15%), 4) “parlo più facilmente in sua assenza (12,5%),5) “lei non è al corrente di questa situazione” (12%),6) “è un mio problema, non il suo” (11%),7)  “non è voluta venire” (9%), 8) “non si sente interessata al problema” (8%).

Secondo i pazienti, le partner erano, nei confronti della DE: empatiche (77%), deluse (29%), infastidite (27%), frustrate (17%) o rassegnate (15%) ( Fig. 5 ). Il novantadue per cento dei pazienti riteneva che la partner desiderasse il superamento del problema della DE.

Le partner che hanno completato il questionario ISL (N. 79) hanno mostrato che nelle ultime quattro settimane: nel 56% dei casi la vita sessuale con il partner si era interrotta per problemi di salute o a causa di altri eventi della vita; il 69% di loro avrebbe desiderato fare sesso almeno tre volte nelle ultime quattro settimane e il 65% di loro ha tentato insieme al partner una penetrazione vaginale 4 o più volte;  il 42% ha dichiarato di non aver mai provato piacere durante la penetrazione vaginale; il 30 % ha detto di essere abbastanza o molto insoddisfatta della vita sessuale di coppia, con penetrazione o senza, contro il 54% di donne, che erano invece abbastanza o molto soddisfatte. Quanto alla soddisfazione di vita, solamente il 16% si sono dichiarate molto o mediamente insoddisfatte.

Questi dati fanno riflettere sul fatto che i vissuti delle partner di uomini con DE possono essere molto diversi da quelli percepiti dal partner, riguardo a delusione, fastidio, senso di frustrazione o rassegnazione nei confronti della DE. In effetti il problema è, più che altro un problema maschile, relativo al piacere e all’autostima, ma che può essere risolto solo con la collaborazione della partner, che dunque non può essere esclusa dal coinvolgimento nel trattamento.

Gli altri studi condotti sull’argomento sono i seguenti:

In alcuni sondaggi telefonici condotti da Louis Harris in Francia sulla popolazione generale nel 2001 (507 donne intervistate) e nel 2005 (6500 donne intervistate), rispettivamente il 25 e il 20% delle donne ha riferito che il loro compagno aveva o aveva presentato problemi di erezione, spesso o occasionalmente [6,7].

Nello studio Females, Fisher et al. hanno intervistato 293 partner di uomini con disfunzione erettile circa la loro sessualità prima dell’inizio della DE (a posteriori), e dopo il suo verificarsi [8] . Si è osservata una riduzione della frequenza di attività sessuale e un’alterazione di vari aspetti della sessualità femminile: desiderio, eccitazione, orgasmo e soddisfazione. Prima dell’inizio della DE, il 69% delle partner era sessualmente attiva almeno cinque volte al mese (dato sceso al 37% dopo la DE) e l’85% erano soddisfatte della propria vita sessuale (dato sceso al 39% dopo la DE).

Cayan et al. studiando 38 partner di uomini con DE e 49 partner di uomini senza DE [9] ha utilizzato il questionario FSFI proposto da Rosen et al. [10] . Anche in questo studio si è evidenziato che molti aspetti della vita sessuale delle partner si sono modificati dopo la DE: eccitazione, lubrificazione, orgasmo e soddisfazione, ma non l’aspetto del desiderio.

Il lavoro di Chevret et al. con il questionario ISL ha utilizzato un campione di 762 coppie della popolazione generale in Francia, di cui 376 con un problema di DE [11] . I punteggi hanno mostrato un impatto negativo della DE sulle partner nelle tre aree del questionario ISL indipendentemente dall’età delle donne (desiderio, soddisfazione sessuale, soddisfazione per la vita). Infine, diversi studi recenti hanno mostrato un miglioramento della qualità della vita delle partner di pazienti trattati per DE [12-14].

Nello studio di Colson [6], su partner di soggetti con DE, il 74% ha riferito di non esserne stata colpita e l’85% di essere rimasta abbastanza o molto soddisfatta della vita sessuale di coppia, nonostante la DE. Solo il 29% delle donne riteneva importante la penetrazione durante il sesso, contro il 72% che voleva sentirsi amata e il 70% che era interessata a preliminari pieni di tenerezza [6] .

Carroll et al. hanno dimostrato che durante il rapporto sessuale il 60% delle donne contro il 37% preferiva i preliminari alla penetrazione [15] e Gérardin ha rilevato che il 65% delle donne considera la penetrazione importante ma non essenziale [7] .
Questi risultati indicano che la vita sessuale non si limita ad una erezione di buona qualità [7] e pertanto ripristinare la funzione erettile o ripristinare un rapporto sessuale soddisfacente con la propria partner sono due obiettivi diversi [16] .

Nello studio di Colson, il 98% delle partner di uomini con DE ha dichiarato che la DE è “un evento normale e naturale che può capitare a qualsiasi uomo un giorno o l’altro” Durante il rapporto sessuale queste donne erano rassicuranti e stimolanti: il 92% rassicurava il proprio partner, il 78% cercava di stimolarlo e il 60% lo esortava a proseguire l’attività sessuale in altro modo. Solo il 24% di queste donne si sentivano frustrate. Tuttavia, il 66% di loro riteneva che l’atteggiamento del partner fosse sbagliato, in quanto poteva amplificare il problema (ad es. insistenza, ritiro, evitamento, mancanza di dialogo) [6] . Nello studio di Gérardin, il 55% delle partner non faceva un dramma per la mancata erezione e solo il 12% si definiva rassegnata. Il male peggiore secondo il 47% di queste donne era l’atteggiamento dell’uomo di fronte alla DE: ritiro, nervosismo o eccessivo senso di colpa [7] .

Nelle indagini di Colson e Gerardin molte donne hanno riferito di aver parlato con il proprio partner della DE (rispettivamente 81 e 73%) [6,7]. Nell’indagine di Colson tuttavia solo l’8% ha insistito perché il partner vedesse un medico e solo il 9% sono state presenti alla prima consultazione [6], dati che confermano quelli dello studio di Delavierre e Poisson [21] in cui la partner non era disponibile, oppure non ci avevano pensato o pensavano che non fosse possibile, ecc. Questi modelli riflettono un problema di comunicazione nella coppia.

Eppure, sarebbe molto importante integrare la partner nella gestione della DE [16] . L’atteggiamento della donna può essere infatti uno stimolo di guarigione, un supporto, o anche un ostacolo per la consultazione e il trattamento [16,17, 20]. Le disfunzioni sessuali femminili e una cattiva relazione di coppia possono inoltre aumentare il rischio di disfunzione erettile [16-19].

Concludendo, la DE colpisce la vita sessuale anche delle partner: molte si sentono contrariate, deluse, frustrate o rassegnate, ma circa la metà rimane comunque soddisfatta della propria vita sessuale e della propria vita in generale, il che dovrebbe relativizzare l’impatto negativo della DE nella coppia, in favore di una complicità di coppia, anche in campo sessuale, che va al di là della semplice penetrazione.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte: La femme face à la dysfonction érectile de son partenaire. À propos de 137 patients, D. Delavierre, E. Poisson, Service d’urologie-andrologie, CHR La Source, 45067 Orléans cedex 2, France, Association Francaise de Urologie

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Disfunzione erettile e rapporto di coppia

La disfunzione erettile (DE) è una patologia molto comune, in quanto colpisce il 34,8% degli uomini di età compresa tra i 40 e i 70 anni e il 19% degli uomini sopra i 18 anni (Laumann 2005 [1] ). Si stima che siano 189 milioni gli uomini che soffrono di questa disfunzione in tutto il mondo, con 600.000 nuovi casi ogni anno. [2]

In una meta-analisi del 2001 [3], Grazia Dorey trovò, in tutta la letteratura scientifica internazionale dal 1986, solo 26 articoli in cui si fa menzione della partner nella DE. E ci vorranno molti anni affinché la medicina cominci a considerare la DE come una patologia multifattoriale complessa, che coinvolge diversi parametri, tra cui la relazione con la partner. Per quanto riguarda questo ultimo punto, fu solo nel 1999 che venne pubblicata una scala di valutazione che ne teneva conto (EDITS, S. Althof [4] ).

Per quanto riguarda i pazienti, la disfunzione erettile spesso viene considerato un conflitto personale dell’uomo, fra la parte che desidera la sessualitàà e la parte di sé che sembra non voler reagire nei tempi e nei modi desiderati. Gli uomini che cercano un trattamento per la disfunzione erettile spesso dicono che la loro partner non c’entra e che la DE riguarda solo loro.

Le donne non la pensano allo stesso modo e molte di loro cercano consigli dal loro medico anche all’insaputa del partner. Altre volte possono essere loro stesse, anche involontariamente, a creare o mantenere un problema di DE.

Esiste infatti una correlazione significativa tra la presenza di disfunzioni sessuali femminili e DE maschile (nel 56% dei casi, secondo Fugl-Meyer – 1997 [5] ). Può trattarsi di problemi di anorgasmia nel 35% dei casi, come riporta Greenstein nel 2006 [6], ma Lorraine Dennerstein, che ha studiato a lungo una coorte di donne australiane con disturbi del desiderio, ha scoperto un numero significativo di problemi sessuali maschili nei partner di queste donne [7] . Renshaw sostiene che nel 62% dei casi vi siano delle correlazioni tra disfunzione erettile e disfunzione sessuale femminile, di cui l’8% precedenti l’insorgenza della DE [8] . Castello Branco ha messo in evidenza che il rischio relativo di insorgenza di disfunzione erettile è 2,9 volte superiore per gli uomini, se la loro partner ha una disfunzione sessuale [9]. Alcuni studi hanno inoltre messo in evidenza l’alta incidenza di insorgenza di disfunzione erettile quando le partners soffrono di vaginismo (Pereira 2006 [10]).

Tutti questi studi suggeriscono che non è raro che la sessualità femminile possa generare delle difficoltà anche nell’uomo. Alcuni studi evidenziano il ruolo negativo svolto da alcune partner nell’affrontare il trattamento della disfunzione erettile, e quindi nel mantenimento della disfunzione. A volte, come ad esempio il rifiuto di stimolare il proprio compagno in difficoltà, è citato come causa di fallimento del trattamento di un farmaco per l’erezione (nel 50% dei casi – vedi Intili, 1998 [11] per le iniezioni endovenose o anche per inibitori del PDE5, 41% dei casi – vedi Atiemo – 2003 [12] ). Nella ricerca australiana condotta da Lording [13], il 22% delle donne riconosce di aver avuto un comportamento negativo nel gestire il problema del partner con DE. In una ricerca del 2005, il 24% delle donne afferma che la DE del marito è causa per loro di disagio, al punto di scegliere di non fare sesso. In questi studio però il 44% degli uomini ammette di essersi rifiutato di ricevere qualsiasi stimolo, quando si trovava in difficoltà di erezione (Colson, 2005) [14].

Può anche accadere che l’atteggiamento del partner sia responsabile della mancanza di efficacia del trattamento attuato. L’abbandono, per esempio, del trattamento, su decisione della partner è tutt’altro che raro (34% nello studio PISTES di Desvaux e Corman del 2004 [15], e 24 % per Colson, 1995 [16] ). A volte può accadere che un paziente lasci un trattamento perfettamente efficace per la DE perché la partner non si sente soddisfatta (9% nel 1991, in uno studio di Virag [17] o di Armstrong, del 1994 [18] ). Mac Cullough ha riportato nel 2002 il 37% di interruzione del trattamento per via orale a causa della decisione della partner [19] . Colpo [20], nel frattempo, aveva già notato il gran numero di coppie per le quali il farmaco prescritto senza che fosse presente la partner non venisse mai utilizzato. Anche K. Wylie ha scoperto che molti trattamenti sono stati sospesi a causa della discordia coniugale [21] .

La patologia sessuale non è mai semplice, e se la partner può essere coinvolta nell’insorgenza della DE, molti studi mostrano anche perfettamente che lei non sia meno colpita di come lo è il suo compagno.

E’ sempre più chiaro che la DE colpisce profondamente la vita delle partner di uomini con questa disfunzione. Fischer, nel 2005 [22] mette in evidenza il forte aumento dei disturbi sessuali femminili dopo l’insorgenza di una DE. E’ stata dimostrata una elevata incidenza di disturbi del desiderio (26%), nell’eccitazione e nell’orgasmo (31% per entrambi i parametri), dopo l’insorgenza di una DE. Questo accade nella coppia, indifferentemente dall’origine della DE, sia essa psicogena o organica, come evidenziato da alcuni studi sulla sessualità delle coppie dopo il cancro alla prostata. Per Crowe nel 2003, il 49% delle donne riferisce minore piacere nei rapporti sessuali [23] . Schindel nota da parte sua, nel 2005, su un campione di 1.134 donne, che il 70% di loro mostrano disturbi del desiderio, particolarmente significativi nel 52% dei casi [24] .

In uno studio del 2006 che coinvolge 500 francesi (Colson [25] ), le donne intervistate hanno riferito di considerare la DE del marito come un ostacolo alla loro qualità della vita (32%), e al loro equilibrio personale (25%), così come nel loro rapporto di coppia (25%). Negli anziani, gli effetti sembrano ancora più importanti, perché dopo i 60 anni, le cifre salgono rispettivamente al 62%, 60% e 39%. Le donne affermano di sentirsi colpite nella loro fiducia in sé stesse (20%), e aggiungono che spesso la DE può essere alla base di un atteggiamento negativo nei confronti del partner (44%)

Sono state osservate maggiori sindromi depressive nelle donne che vivono in coppia con DE rispetto a coppie di controllo (44% Shabsig [26] – 2006). Nelle coppie con DE vi sono più conflitti tra i partner (25% Hawton e Catalan, 1992 [27] ), e più desideri di infedeltà (Speckens 1995 [28] ). Inoltre, la DE è spesso invocata come motivo di rottura (17%) o di divorzio (12%), dagli uomini con DE (Lording, 2000 [13]).

La maggior parte delle coppie con DE vive una grande distanza fisica. L’uomo in difficoltà nella sua sessualità ripiega spesso su sé stesso, rifiutando progressivamente tutte le forme di comunicazione. Riley & Riley, che hanno studiato il comportamento sessuale di 128 coppie in cui gli uomini soffrivano di disfunzione erettile, hanno osservato che il 50% di loro non aveva fatto sesso da due anni e mezzo, anche se l’80% degli uomini dicevano che la sessualità era ancora importante per loro. Solo il 3,9% di queste coppie continuavano a praticare altri giochi sessuali (1,6% cunnilingus / fellatio 2,3%). Nel 90% di queste coppie, c’è tenerezza uno scambio più emotivo che fisico [29] . Dopo il cancro alla prostata, diminuisce la sensibilmente la frequenza dei rapporti sessuali (Perez [30] ) e la maggior parte delle partner dice di soffrire la mancanza di contatto fisico, di cui sentono ancora un grande bisogno (Glasdam 1996 [ 31] ).

In uno studio del 2005 su 501 donne francesi (Colson, [32] ), il 44% di loro afferma di essere particolarmente colpita dalla sofferenza del loro partner, e dal suo disagio, il 14% soffre della mancanza di abbracci e giochi sessuali per compensare il rapporto penetrativo; il 14% soffre per l’impossibilità di qualsiasi forma di comunicazione con lui. Il 7% afferma che il proprio partner non si sente abbastanza preoccupato per il proprio problema e si lamenta del fatto che lui non si prenda cura di sé. Il 6% soffre per la mancanza di affetto e per la solitudine. Solo il 6% delle donne lamenta la mancanza di rapporto penetrativo.

Tre tipi di atteggiamenti femminili, modulati dai vari comportamenti maschili, sessuali e in relazione alla DE sembrano emergere nello studio di Colson, 2007 [33]:

1)Partner ostile. Quando la mancanza di erezione negli uomini provoca rabbia e dispetto nella partner (14% dei casi), che abbandona rapidamente il sesso senza preoccuparsi del piacere del suo partner, e risponde con un atteggiamento di aperta ostilità, frustrazione (73%), rimprovero (60%), e rifiuto di nuovi rapporti sessuali (35%). Se lui diventa aggressivo nella vita quotidiana (14%) o si isola e si rifugia nel silenzio (19%), la partner non cercherà di tranquillizzarlo (70% ), ma tenderà a rimproverarlo (73%), e a mostrare una marcata sofferenza nella sua vita (55%).

2) Partner passiva. Se l’uomo tende a scoraggiarsi e a rinunciare al sesso senza cercare di mantenerlo in altro modo (34% degli uomini), lei potrebbe diventare passiva, abbandonando la propria sessualità (64%), evitando di stimolare il partner (55%), e anche di parlargli (51%). Si tratta di un atteggiamento frequente quando il partner ha la tendenza a ripetere all’infinito gli stessi tentativi di penetrazione, ormai privi di qualsiasi carattere erotico. Se l’uomo si mostrerà non preoccupato (34% degli uomini) ed eviterà l’argomento, entrambi i partner tenderanno a rinchiudersi nel loro silenzio elaborando il lutto della loro sessualità, spesso in una sofferenza reciproca e silenziosa.

3) Partner positiva. Di fronte a un uomo che adotta un atteggiamento adeguato di fronte alla DE, cercando di esprimere la sessualità in altri modi (30% degli uomini con DE), la partner è rassicurante (97%) mostra un atteggiamento attivo di cooperazione, anche a livello sessuale (86%), e non ha problemi nel sollevare la questione con lui per risolvere il problema (79%). In questo caso il il rapporto in genere non si deteriora, l’uomo non si rifugia nel silenzio, (36% di loro), può ancora essere positivo, rassicurante (90%) e rimanere in un dialogo costruttivo con la partner (89%).

Gli inibitori della PDE5 possono essere considerati farmaci pericolosi dalla partner, oppure la partner potrebbe essere spaventata da una ipersessualità del partner (“dopo lo vorrà fare tutto il tempo”), soprattutto perché non è raro che lei soffra di scarso desiderio. Ci può essere anche un senso di rivalità con il farmaco (“E’il farmaco che permette l’erezione, non il suo desiderio per me”). Altre preoccupazioni riguardano il timore di una dipendenza. Ognuna di queste preoccupazioni deve essere identificata ed espressa, per trovare soluzioni adeguate.

L’uomo con difficoltà erettile non ha perso solo l’erezione. Tutta la sua funzione sessuale è stata a poco a poco distrutta, avendo perso ogni motore erotico o sensuale, a furia di senso di scoraggiamento, inibizioni, ansia anticipatoria e timore del fallimento. L’obiettivo terapeutico non può essere solo quello di recuperare l’erezione. Occorre andare oltre e ritrovare la complicità di coppia. E su questo obiettivo la partner si mostra in genere collaborativa.

Il farmaco deve essere inizialmente prescritto con uno scopo e una durata definita. Il recupero della funzione sessuale può essere solo graduale, e entrambi i partner devono esserne consapevoli, in modo da non cedere allo scoraggiamento in fase di elaborazione.

Nulla sarà fatto contro i desideri della partner e nulla può essere fatto senza la sua collaborazione. Occorre quindi prendere atto che la sua collaborazione è essenziale.

Il sessuologo deve creare un clima rassicurante ma sessualmente stimolante; il farmaco può svolgere un ruolo chiave per permettere l’erezione, ma ha bisogno di essere accompagnato dalla eccitazione sessuale di entrambi.

Come abbiamo visto, solo il 30% degli uomini sa adottare un atteggiamento positivo nei confronti della DE. Le donne dovrebbero essere incoraggiate a svolgere il loro ruolo di partner a pieno. Esse dovrebbero ad esempio rassicurare il partner che ha fretta di usare l’erezione finalmente ottenuta e lasciare che si prenda il tempo necessario per la penetrazione. Se lui si sente scoraggiato da un’erezione instabile, la partner può riprendere la stimolazione ed incoraggiare l’uomo a riprendere l’attività sessuale in altro modo.

Molte coppie tendono a limitare l’attività sessuale ad una penetrazione precoce, soprattutto coloro che temono di perdere l’erezione. La terapia di coppia è l’occasione per cercare una maggiore diversificazione nell’attività sessuale. Questo potrebbe provocare una grande rinascita della vita sessuale di una coppia, o addirittura suscitare nella donna una maggiore motivazione verso la sessualità che in precedenza era per loro troppo stereotipata e scarsamente divertente. La terapia potrà essere pensata anche analizzando il profilo di personalità della partner.

Quando la partner è ostile e nella coppia si sono vecchi conflitti o ostilità, mancanza di dialogo, senso di isolamento dei partners, può essere difficile per il terapeuta focalizzarsi sulla DE. In questi casi il terapeuta dovrà riconoscere i propri limiti e semplicemente rassegnarsi alla impossibilità di risolvere i casi in cui il problema sessuale è solo uno dei tanti problemi della coppia.

Quando la coppia è segnata dal ruolo del maschio dominante, come è stato dimostrato da Widmer e Levy nel 2003 [34] , la donna si limita a ruoli passivi e raramente prende l’iniziativa o una decisione. Quando l’uomo incontra una difficoltà sessuale, è spesso difficile per lui adottare un atteggiamento attivo di problem solving. I comportamenti sessuali di queste coppie sono spesso stereotipati e poveri, con poche strategie alternative in caso di difficoltà.
E’ importante incoraggiare la partner ad una maggiore partecipazione alla sessualità della coppia, aiutandola a superare i tabù e le inibizioni. La donna dovrà essere sempre meno accudente e sempre più seduttiva, rafforzando il ruolo femminile.

Se la partner è positiva, e si tratta del caso più comune (il 70% per Lording nel 2000 [13]), ciò promette un migliore trattamento (Hawton e catalano, 1992 [35] ), e migliori risultati. Ma una partner positiva non sempre è una persona che prende l’iniziativa (solo il 60% di coloro che vengono considerate “positive” lo sono. Vedi Colson 2005 [14]). Si può avere paura di aggravare la situazione, o di non sapere cosa fare per aiutare il partner.

Il ruolo del terapeuta in questo caso è quello di rafforzare il ruolo della partner che può essere rassicurante di fronte ai comportamenti ansiosi del paziente con DE.

Nel caso la partner non esista, specialmente nel caso in cui l’uomo dichiara di non avere una partner a causa del suo disturbo erettile, siamo di fronte ad un problema di identità virile (Lording [13]). Starowicz e Lew [36] ritengono che in questo caso siano più efficaci le iniezioni intra cavernose. A volte l’uomo chiede una terapia individuale perché non vuole far conoscere il problema alla partner (il 40% in uno studio di Mirone del 2002 [37] , o il 47% dei casi in Klotz [38] ). E questo ci porta di nuovo ad una identità maschile ferita e all’uomo solo con se stesso nell’affrontare il problema.

Può anche accadere che la partner non sia unica. Jackson e Lue hanno pubblicato nel 1998 uno studio relativo a uomini con DE che avevano più partner sessuali e una certa dipendenza da farmaco [39] .

Vi sono poi le coppie dello stesso sesso, ma questi soggetti sono generalmente esclusi dagli studi scientifici.

Conclusione

A lungo ignorato o frainteso il ruolo della partner è considerato oggi una delle principali strategie terapeutiche per la disfunzione erettile. La relazione di coppia è lo spazio dove compaiono i sintomi sessuali, ma è anche lo spazio dove essi possono essere risolti. Il vero obiettivo, nella DE come in altre disfunzioni sessuali, non è solo un sollievo sintomatico, ma piuttosto il graduale recupero della funzionalità sessuale, e la rinascita della complicità di coppia. A lungo ignorata, sempre coinvolta, la partner può essere il fattore chiave della guarigione da una DE. Una strategia terapeutica ben condotta deve dunque tener conto non solo della partner ma anche della relazione di coppia.

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Adattato da: Dysfonction érectile, et la partenaire ? FF3sS

Dr. Giuliana Proietti

Coppia aperta – Consulenza online

Io e mia moglie siamo sposati da più di trent’anni. Il sesso nel ns rapporto ha occupato sempre un posto importante, uno spazio da salvaguardare ed ampliare possibilmente. All’inizio come spesso accade sono stato io a proporre novità non senza titubanze da parte di Lei, ma poi si è trovato una giusta linea per entrambi. Abbiamo sperimentato il sesso a tre con singoli e singole e con altre coppie con scambio dei partners. Non tutto è filato via sempre liscio ma alla fine posso e possiamo dire che ha rafforzato il ns legame e arricchito la ns sessualità. Ora però è accaduta una cosa che sta mettendo in crisi il ns rapporto ed io non so più che fare. In breve, circa un anno fa abbiamo iniziato ad avere rapporti sessuali saltuari assieme ad un ns amico, tutti e tre insieme. Poi io ho manifestato a mia moglie la fantasia di farli incontrare da soli. A lei l’idea eccitava ma aveva titubanze riguardo la mia tenuta emozionale. Ma alla fine ha acconsentito ed ha organizzato un incontro a casa nostra mentre io non c’ero. Lui sapeva che io sapevo. Alla sera mia moglie mi ha raccontato come si sono svolti i fatti tra di loro ma io avevo già fame di particolari e sentivo crescere in me una potente energia dal doppio aspetto, eccitante ma rabbiosa allo stesso tempo. Nei giorni seguenti la rabbia aumentava e così ho inziato a proporre a lei un loro secondo incontro ma predisponendo una telecamera nascosta per poter sentire e vedere poi cosa fosse realmente successo. Così è stato, si sono rivisti e oltretutto mia moglie ha alzato il tiro in quanto a rapporto fisico, in quanto oltre alla penetrazione vaginale ha cercato e messo in atto anche quella anale. Di questo a dire il vero me l’ha confessato la sera stessa al mio ritorno a casa, ma io non vedevo l’ora di vedere il video rubato. Nel video non ho trovato nulla di sentimentale ne di estremamente tenero tra i due per cui un pò mi sono rassicurato, ma invece ho trovato una grande energia virile di lui soprattutto nel rapporto anale che ha mandato in paradiso mia moglie e le ha fatto esprimere notevoli apprezzamenti su di lui. Quì è iniziata la mia crisi, l’entrata nel tunnel. Ho confessato a mia moglie di averla ripresa di nascosto. Le ho chiesto conto di tutto quello che lei gli ha detto, che ha fatto, delle sue emozioni. Litigi su litigi. Mi vergono di me stesso. Ora ho un gran bisogno di parlare e di confrontarmi con qualcuno per riuscire ad elaborare quanto è successo, ma sono solo. Mia moglie ha chiuso con il ns amico e nonostante tutto mi vuole un gran bene ma si sente in colpa, vorrebbe soltanto archiviare per dimenticare e ricominciare tra di noi ad essere felici. Ma io non ce la faccio, con la testa sono sempre a quelle immagini e a quelle frasi dette tra di loro.

Vi prego aiutatemi, non voglio rovinare il mio matrimonio.
Carioca

Gentile Carioca,

La prima osservazione da fare è che nel momento stesso in cui si condivide con la propria partner, e poi lo si realizza, l’ingresso nella vita sessuale di coppia di terze figure, questo apre la porta ad emozioni e sentimenti come quelli che lei sta provando. Naturalmente sono sentimenti ed emozioni che proverebbe identicamente sua moglie, nel caso opposto.
Sarebbe troppo facile ora farla riflettere sul fatto che quella scelta di tanti anni fa è stata probabilmente avventata e pericolosa come oggi si dimostra. Lei ora cerca rimedi.
I suggerimenti che posso darvi sono due:
il primo riguarda la necessità di smettere di discutere all’infinito sull’accaduto, che avrà il solo risultato di logorare il vostro rapporto, senza venire a capo di nulla. Quindi, da subito, parlare solo della vostra vita familiare e non di quella psico-sessuale;
il secondo è quello di rivolgervi al più presto ad uno psicoterapeuta sessuologo, che ha gli strumenti per aiutarvi e che sa come affrontare professionalmente questo problema.
Grazie per aver scritto e buone cose,

Dr. Walter La Gatta

Immagine:
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Erotismo e disfunzione erettile

Un paziente, dopo aver osservato dei problemi nei rapporti sessuali, decide di parlarne con il medico, il quale gli diagnostica una disfunzione erettile e gli prescrive un farmaco inibitore della fosfodiesterasi di tipo 5 (PDE5), che si usa normalmente per il trattamento della disfunzione erettile. Il paziente accetta con gratitudine la cura. Qualche mese più tardi, il paziente torna dal medico, il quale gli chiede informazioni sull’efficacia del trattamento. Il paziente conferma di aver preso le pillole regolarmente, ma sostiene che esse non hanno avuto alcun effetto e che tutto va come prima. “Come mai”? Chiede il medico perplesso. Il paziente: “Mia moglie non aveva voglia di fare l’amore”.

Questa storiella anticipa il problema del trattamento della disfunzione erettile: nessun trattamento sarà efficace se la relazione di coppia non funziona. Non tutto ciò che funziona a livello fisiologico funziona poi in camera da letto.

Salonia et al (2012) consigliano infatti di accompagnare il trattamento medico della D.E. con il trattamento psicosessuale, altri sostengono sia pericoloso separare i due trattamenti (vedi Jannini et al. 2010) ed alcuni mettono addirittura in guardia contro gli effetti potenzialmente nocivi del sildenafil in alcuni rapporti di coppia (vedi Perelman 2001). Un rischio che può essere affrontato ed evitato è la formazione di aspettative non realistiche circa l’efficacia del trattamento, sia da parte del paziente, sia da parte del partner.

Conaglen e Conaglen (2012) hanno recensito la letteratura sulla disfunzione erettile dal punto di vista della coppia osservando che i farmaci prescritti, seppure efficaci da un punto di vista fisiologico, possono avere un tasso di interruzione del 60 %. Questi possono essere dovuti probabilmente agli effetti collaterali indesiderati nell’uomo, ma anche nella riacquisizione della capacità di mantenere naturamente l’erezione.

Fisher et al. ( 2005 ) hanno dimostrato che, in generale, le partner femminili di pazienti che fanno uso di inibitori della PDE5 hanno un’esperienza sessuale più soddisfacente rispetto alle partner di uomini che non ne fanno uso. (Le partners erano a conoscenza del fatto che l’uomo assumeva farmaci per combattere la DE).

Ciò nonostante il farmaco viene facilmente abbandonato. Conaglen e Conaglen (cit.) hanno notato che i due partners spesso danno spiegazioni diverse circa l’abbandono.

La realtà è che l’adesione ad un trattamento di lungo termine è in genere scarsa e questo è il caso anche della DE. Ci si dovrebbe dunque chiedere perché un farmaco efficace e che migliora i rapporti sessuali della coppia venga poi facilmente abbandonato. C’è un legame critico tra efficacia del trattamento e consapevolezza della partner?

Per dare una risposta a questa domanda non basta ovviamente concentrarsi esclusivamente sulla tempistica dell’efficacia o sulla fisiologia della tumescenza peniena o sulla rigidità, (vedi Jannini et al., 2012) ma occorre guardare l’argomento focalizzandosi sulla psicologia del sesso.

Althof (2002) nel saggio ‘Quando la sola erezione non è sufficiente: gli ostacoli biopsicosociali nel fare l’amore’ suggerisce che l’efficacia a lungo termine degli inibitori della PDE5, come di altri interventi per aiutare a raggiungere l’erezione, può dipendere in modo critico dal contesto in cui essi vengono presentati al paziente.

I trattamenti contro la disfunzione erettile utilizzati segretamente dai pazienti impediscono la costruzione o il mantenimento di una buona intimità di coppia. Coinvolgere la partner al momento della prescrizione del farmaco può essere di aiuto per erotizzare, anziché medicalizzare, il trattamento e migliorare così la sua efficacia nel lungo termine.

Chevret-Méasson et al. (2009) fanno notare che è possibile migliorare la qualità della vita sessuale di coppia impiegando un approccio sinergico che coinvolga la coppia nella consultazione. Questi autori mostrano che il coinvolgimento della partner nel trattamento migliora la compliance anche in termini di durata.

L”ideale sarebbe, come afferma Althof (cit.) che ogni uomo portasse con sé la partner durante la visita medica e che entrambi fossero visitati, contemporaneamente dal medico e dallo psicologo. Dopo aver intervistato gli uomini con disfunzione erettile e le loro partner, per migliorare la motivazione, Gerster et al. (2012) raccomandano che le partner assistano alla visita medica e supportino il partner nel trattamento, per esempio, ricordandogli di assumere il farmaco o cooperando negli esercizi terapeutici

Recentemente, la ricerca da Carvalheira (2012) ha confermato questo e ha riferito che la partecipazione delle partners effettivamente può migliorare la terapia in termini di durata.

Ipoteticamente, lo scambio medico-paziente, potrebbe andare in questo modo: il medico invita la coppia nel suo ufficio e dice alla donna: ‘Suo marito / compagno vorrebbe provare un inibitore della PDE5 (es. Viagra o Cialis). Cosa ne pensa? Se la partner risponde che va bene per lei, il medico compila la prescrizione e la consegna direttamente a lei, chiedendole di dare al suo uomo la pillolina del piacere, quando lo ritiene opportuno. Il trattamento in questo modo viene legato in modo particolare alla partner e non solo alla fisiologia del pene del paziente.

Per questo la partner dovrebbe essere coinvolta sin dall’inizio. Questo combatte la medicalizzazione del sesso ed anzi diventa un fattore di erotizzazione.La partner viene in questo modo dotata di un accessorio erotico ulteriore, capace di stimolare l’eccitazione sessuale. E’ fondamentale che il paziente non si senta un malato o un disabile a causa della sua necessità di assumere farmaci per controllare l’erezione.

Oggi si tende a medicalizzare tutto e anche gli aspetti normali dell’invecchiamento umano vengono trattati come malattie: questo è il caso della funzione erettile ridotta negli uomini più anziani e la menopausa nelle donne. Ci si pone il problema dell’efficacia dal punto di vista organico, ma poco si fa per migliorare la vita sessuale del paziente pensando non solo a lui, ma anche all’oggetto del suo interesse sessuale, ovvero la sua partner.

McCarthy (2001) scrive: “Il Viagra funziona meglio … quando la donna è vista come una partner intima la cui eccitazione favorisca l’eccitazione di lui”. Implicita l’idea che l’eccitazione sessuale quando il trattamento della DE viene resa parte dell’interazione erotica.

Il valore dell’erotizzazione è già stata esplorata per migliorare l’uso del preservativo. Tanner e Pollack ( 1988 ) hanno dimostrato che la conformità all’uso del preservativo è migliorata quando i profilattici sono stati proposti come additivi erotici piuttosto che come necessità di profilassi per prevenire la gravidanza o una malattia a trasmissione sessuale. In modo simile, l’erotizzazione del trattamento della DE può essere più efficace quando entrambi i partner vengono messi di fronte al reciproco interesse di una buona intesa sessuale.

Questo significa che la DE va vista come un problema della coppia e che trattare l’uomo singolarmente può portare ad una diminuzione della soddisfazione sessuale nel rapporto, se non ad una perdita dell’interesse sessuale.

La maggior parte degli uomini trattati per carcinoma prostatico hanno qualche DE residua con conseguente disagio e rischiano una irreversibile atrofia del pene, se non cercano tempestivamente una forma di riabilitazione. Gli uomini sessualmente attivi prima dei trattamenti contro il cancro alla prostata sentono la DE iatrogena come un grave disagio (Steinsvick, 2012). Oltre la metà di questi uomini cerca un trattamento dopo un intervento di questo tipo. Le prescrizioni riguardano i farmaci inibitori della PDE5,oppure l’utilizzo di dispositivi chiamati “vacuum erection device”, e ancora meno persone ricevono informazioni per la cura a base di iniezioni endovenose (per esempio, la papaverina, fentolamina e / o alprostadil).

Le persone che soffrono di disfunzione erettile si dividono generalmente in tre categorie: (1) coloro che desiderano mantenere il segreto, (2) coloro che rivelano alla partner che stanno usando un trattamento contro la DE, ma che lo assumo in segreto (3) coloro che rivelano alla partner che stanno usando un trattamento contro la DE e che la coinvolgono in questa gestione.

Gli uomini della terza categoria (così come le loro partner) sono dunque gli unici ad avere la possibilità di erotizzare il trattamento e probabilmente di trarne anche i maggiori vantaggi.

In realtà sono meno del 40 % gli uomini che soffrono di disfunzione erettile moderata o lieve e che parlano con la partner della cura con inibitori della PDE5 (vedi per esempio, Klotz et al. , 32 p.165). Questo spesso riflette una mancanza di comunicazione tra i membri della coppia … (che) … può influenzare il comportamento di ricerca della terapia nell’uomo, e le aspettative riguardo alla cura, ivi compresa la sua accettazione o il suo rifiuto. (vedi Fisher WA, Eardley I, McCabe M, Sand M. 2009)

La ricerca sessuologica sull’argomento tende ad incoraggiare i medici riguardo al consigliare i pazienti di non nascondere o mascherare i trattamenti relativi alla D.E. per il fatto che ‘ i segreti nelle relazioni sono spesso controproducenti’ (vedi Althof, op. cit). Infatti, in uomini e donne con problemi di eccitazione sessuale, l’intimità emotiva risulta essere il maggiore predittore di soddisfazione sessuale. (vedi Pascoal PM, Narciso I, Pereira NM, 2013).  Per consolidare questi risultati, ai pazienti basterebbe ricordare che l’intimità è, per definizione, la condivisione esclusiva di qualcosa con qualcuno, che non è condivisa con altri.

La gravità della disfunzione erettile del paziente può richiedere qualcosa di più invasivo o meccanicamente complesso, come ad esempio iniezioni del pene o il “vacuum erection device”. In questa situazione, l’uomo ha sicuramente molte più difficoltà a nascondere questo suo bisogno di preparazione alla partner. Questi pazienti costituiscono in genere la seconda categoria. Qui, il trattamento è visto come un intervento necessario, ma che si intromette nei loro incontri sessuali. Il trattamento interrompe i preliminari, e potrebbe essere anche scelto di andare addirittura in un’altra stanza per prepararsi. La persona che si comporta così dimostra di avvertire una disabilità, di non essere all’altezza delle aspettative sociali e di essere dunque una persona “impotente”, con una identità maschile fallocentrica fortemente minacciata.

I terapeuti sessuali, che sono a conoscenza di questo problema, spesso consigliano ai pazienti di applicare il dispositivo al di fuori della camera da letto e prima di qualsiasi preliminare. Questo separa il sesso atto dalla gestione del dispositivo, ma richiede un livello di pianificazione che è difficilmente etichettabile con il termine “erotico”. Infatti, una ricerca condotta (vedi UPI 2011) negli Stati Uniti ha mostrato che più di tre quarti degli intervistati preferiscono una sessualità spontanea. In questo caso è meglio sicuramente rinunciare ad un po’ di spontaneità, manovrando i dispositivi utili per l’erezione fuori della camera da letto, in cambio di una minore sensazione di frustrazione.

Tuttavia, anche in questo caso, se l’erotizzazione è possibile, si possono ottenere i migliori risultati. La partner può partecipare a preparare i farmaci o addirittura a somministrarli, anche attraverso iniezioni, come parte dei giochi sessuali preliminari.

La terza categoria dunque è quella che raggiunge i migliori risultati, mentre le altre due categorie, pur riscontrando miglioramenti fisiologici, tendono ad abbandonare la terapia.

A conferma queste osservazioni, Sato et al. (2013)  hanno scoperto che in un campione di uomini con disfunzione erettile a seguito di  prostatectomia radicale, coloro che avevano delle partners cooperanti avevano mantenuto un maggiore desiderio sessuale e una maggiore motivazione, nonostante la loro funzione sessuale fosse ridotta.

Il paziente ha fiducia nel trattamento perché ha fiducia nel sistema medico: dunque in primis deve essere il medico a proporre la terapia nel modo giusto per aiutare il paziente.

Il trattamento della disfunzione erettile prescritto al solo partner maschile focalizza l’attenzione solo sugli aspetti meccaniciì e fisiologici della DE, ignorando gli aspetti psicologici della relazione. Come notano O’Brien et al. (2011), mentre gli effetti collaterali del trattamento possono essere simili nei vari soggetti di sesso maschile, essi possono avere significati particolari e conseguenze diverse in pazienti di diversa età e nelle diverse fasi di follow -up. Questo afferma l’importanza di affrontare non solo la parte fisiologica, ma anche l’aspetto psicosessuale, quando si prescrivono trattamenti per la disfunzione erettile.

I trattamenti per la DE inoltre non eliminano il peso psicologico sottostante, né promuovono una vera intimità tra il paziente con DE e la sua partner. Il paziente può inconsciamente scegliere di abbandonare la cura sessuale e il sesso stesso per ridurre la vergogna e la difficoltà generata da erezioni medicalizzate e meccanizzate. Troppo spesso non si tiene conto dei bisogni e delle aspettative della partner.

Se il paziente è più concentrato sugli aspetti medici e terapeutici del suo disturbo anziché sul piacere sessuale prodotto dalla partner, il problema è che la medicina è entrata in camera da letto, in modo intrusivo e distraente,ovvero l’antitesi di quella spontaneità che è alla base di una buona sessualità.

La disfunzione erettile correla con la depressione e gli uomini che riacquistano la funzione erettile stanno molto meglio con sé stessi.Anche se sono stati compiuti molti sforzi per cancellare la parola ‘impotenza’ e sostituirlo con ‘DE’,di fatto è vero che gli uomini si sentono più potenti in un senso generale quando sono in grado di raggiungere e mantenere l’erezione. Non a caso l’uso eccessivo di inibitori della PDE5 è stato criticato dalle femministe perché questi farmaci tendono ad alimentare il fallocentrismo maschile. (Vedi Grace V, Potts A, Gavey N, Vares, 2006, Loe M. 2004, Tiefer L. 2006), Vares T, Braun V.2006)

Negli uomini, un certo livello di eccitazione sessuale normalmente precede l’erezione, con questi trattamenti si tratta di invertire l’ordine e mettere al primo posto l’erezione, il che può essere sentito come meccanico e innaturale, ma sicuramente riconquistare la potenza erettile può essere di grande aiuto sul piano psicologico.

Stessa cosa si riscontra nelle partners degli uomini sottoposti a terapia, che sembrano beneficiare anch’esse della riacquisita capacità erettile. (Vedi Moskovic DJ, Gittens P, Avila D, Chandrashekar A, Lipshultz L. 1996–2001, Rubio-Aurioles E, Kim ED, Rosen RC, Porst H, Burns P, Zeigler H et al. 2009, Dean J, de Boer BJ, Graziottin A, Hatzichristou D, Heaton J, Tailor A. 2006)

Sarebbe troppo semplicistico concludere che il rapporto coitale è ciò che avvicina maggiormente  uomini e donne. Le ricadute sulla coppia possono riguardare piuttosto il buon umore riconquistato dal partner di sesso maschile, dal miglioramento della comunicazione, dalla riconquista di una buona intimità di coppia.

Se l’uomo  nasconde l’uso di un trattamento di disfunzione erettile, l’intimità e la reciproca condivisione non saranno del tutto possibili. L’uomo si sentirà continuamente in pericolo e potrebbe sentirsi evirato se la partner scoprisse che le sue erezioni si basano su correzioni farmaceutiche.

I trattamenti per la DE possono dunque fare più male che bene nella vita sessuale di una coppia di lungo termine dal momento che, come sostiene Althof  (cit.), “ci sono una miriade di ragioni biopsicosociali che potrebbero colludere per evitare che la coppia raggiunga l’obiettivo dichiarato”.

Per questo è importante raccomandare la consulenza psicologica, coinvolgendo la partner per spostare l’attenzione del paziente dalla sua sensazione di disabilità percepita al piacere sessuale, migliorando così sia la conformità delle cure, sia la loro efficacia.

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10) Gerster S, Gunzler C, Roesler C, Leiber C, Berner MM. Treatment motivation of men with ED: what motivates men with ED to seek professional help and how can women support their partners? Int J Impot Res 2012; 25: 56–62.

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25) Moskovic DJ, Gittens P, Avila D, Chandrashekar A, Lipshultz L. Favorable female sexual function is associated with patient satisfaction after inflatable penile prosthesis implantation. J Sex Med 2011; 8: 1996–2001.

26) Rubio-Aurioles E, Kim ED, Rosen RC, Porst H, Burns P, Zeigler H et al. Impact on erectile function and sexual quality of life of couples: a double-blind, randomized, placebo-controlled trial of tadalafil taken once daily. J Sex Med2009; 6: 1314–1323. .

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Dr. Giuliana Proietti

Fonte:

Eroticization as a factor influencing erectile dysfunction treatment effectiveness, International Journal of Impotence Research

La sessualità dopo il trattamento di cancro alla prostata

Chiedere aiuto sui temi inerenti la sessualità non è facile, né per la persona che chiede aiuto né, talvolta, per il professionista che deve offrire questo aiuto.

La maggior parte delle persone considerano l’attività sessuale un fatto privato e si sentono a disagio quando si deve parlare di difficoltà sessuali, anche all’interno della coppia. Uno studio condotto da Matthews Nichols e Barret (1) evidenzia che spesso i medici, pur considerando la risposta alle domande dei loro pazienti sui problemi sessuali come parte del loro dovere, si sentono impreparati in termini di conoscenze di base e di comfort nei confronti del paziente.

Uno studio condotto da Marwick (2) mette invece in evidenza le scarse aspettative che hanno i pazienti nei riguardi dei loro referenti medici, ai quali si rivolgono per essere aiutati nei problemi sessuali.

Circa il 59% degli uomini con disfunzione erettile a seguito di trattamento per cancro alla prostata cerca un aiuto medico. (3) Gli uomini sono più propensi a cercare trattamenti contro la disfunzione erettile dopo la prostatectomia piuttosto che dopo la radioterapia, ma alcuni non sono interessati a queste cure (4) o tendono ad interromperle anticipatamente. (5)

Gli uomini che, dopo un intervento di prostatectomia, cercano cure per la DE sono in genere giovani, vivono una relazione di coppia, hanno una migliore salute fisica e psicologica, una maggiore formazione, un maggiore benessere finanziario e hanno subito un intervento chirurgico di nerve-sparing (tecnica chirurgica che prevede di risparmiare i nervi responsabili dell’erezione che passano molto vicino alla prostata). (6,7,8)

Schover et al. (9) hanno scoperto che gli uomini con atteggiamenti positivi verso la possibilità di trovare una cura efficace sono più propensi a chiedere una consulenza sessuale, e che la ricerca di aiuto avviene in genere nella prima fase della malattia. Matthew et al. (6) ipotizzano che siano soprattutto le barriere psicologiche ad influire negativamente nella ricerca di aiuto. Essi suggeriscono che un modello biopsicosociale di cura, fornito da un team multidisciplinare, che comprenda professionisti con esperienza nella consulenza sessuale, potrebbe contribuire a rimuovere questi ostacoli.

La ricerca sulla qualità della vita dopo il cancro alla prostata sottolinea l’importanza del funzionamento sessuale come una parte del benessere in generale. (10,11). Dopo il trattamento del cancro alla prostata, al di là della perdita di erezione, la reattività degli uomini agli stimoli visivi può diminuire per calo del desiderio (12,13). Tutti gli uomini continuano ad avere orgasmi (senza eiaculazione), ma alcuni orgasmi sono meno intensi o addirittura dolorosi. (14). Alcuni uomini segnalano grande tristezza per la perdita della funzionalità orgasmica: la loro autostima diminuisce ed essi sperimentano i cambiamenti nella sessualità come una perdita della qualità della vita. (13,15,16)

Diversi studi mostrano la perdita della virilità e di perdita del sé relazionale come effetto sessuale collaterale del trattamento del cancro alla prostata. (12,17). Gli uomini possono anche perdere la capacità di rispondere agli stimoli e alle fantasie sessuali, e possono parlare con nostalgia di una sessualità passata con conseguente perdita dell’autostima. Alcuni uomini evitano gli incontri sessuali per paura del fallimento o per imbarazzo. (12) Per gli altri, la perdita di erezione si confonde con la perdita del senso della vita. (16). Gli uomini, da quanto emerge negli studi compiuti, non confidano il loro dolore emotivo, anche quando il supporto familiare è disponibile, anche se alcuni si confidano con altri uomini che hanno avuto il cancro alla prostata. Invece, gli uomini mantengono intatto il loro ruolo lavorativo, es. ‘essere un ingegnere’. (18)

Gray et al. (19) hanno riferito la tendenza degli uomini a lavorare sodo per sentirsi meno vulnerabili. Wall e Kristjanson (20) ritengono che la risposta degli uomini dopo il trattamento del cancro alla prostata dipenda dal modo in cui è stato appreso il loro concetto di mascolinità. La cultura della “Mascolinità Egemone”, a loro avviso, impedisce agli uomini di comprendere i loro sentimenti e di chiedere aiuto.

Esistono molte ricerche per comprendere le differenze fra afro-americani, ispanici, giapponesi e soggetti di altre culture nel cercare un recupero dopo un cancro alla prostata. Si è visto così che i giapponesi (21) sono meno propensi a cercare aiuto medico in quanto ritengono la sessualità un fatto privato. Gli afro-americani (22) invece sono molto disponibili a cercare cure perché la loro sessualità si esplica principalmente nel rapporto penetrativo. Nessuna ricerca è stata invece condotta su uomini gay e non sono state studiate le loro preoccupazioni per la perdita di piacere a seguito dell’intervento alla prostata e alla difficoltà di penetrazione anale a causa di un intestino irradiato. Probabilmente si tratta di un altro esempio di omofobia.

La ricerca sulle partner dei pazienti operati per cancro alla prostata indica che esse tendono ad essere più in difficoltà dei loro compagni (23,24): desiderano avere informazioni e e beneficiare del sostegno psicologico nella fase di recupero. (25,26).

In caso contrario, possono sviluppare angoscia e problemi psicologici. Le fasi precoci e tardive della malattia rappresentano un particolarmente forte rischio. (27,28,29,31)

I fattori che causano stress nella partner sono principalmente il dolore e e le limitazioni fisiche del compagno. (24,29,32) Alcune partner sono angosciate a causa della incontinenza urinaria maschile. (24)

I rapporti di coppia sono molto influenzati dal trattamento del cancro alla prostata. La comunicazione all’interno della coppia diventa difficile, perché le coppie spesso non condividono le loro preoccupazioni; gli uomini e le donne riferiscono diverse esigenze di intimità e di orientamento sul recupero dal trattamento. (19,30,31,32).

Couper et al. (35) hanno scoperto in un campione di 103 uomini sottoposti a trattamento che i tassi di depressione, angoscia e ansia delle loro partner (secondo i criteri del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali quarta edizione) erano superiori a quelli dei pazienti e della popolazione australiana generale. Dopo 12 mesi di trattamento le partner erano meno angosciate e depresse rispetto ai pazienti, ma era diminuita la soddisfazione nei confronti della loro relazione di coppia. Sanda et al. (cit.) suggeriscono che la soddisfazione del paziente è significativamente associata con la soddisfazione della partner.

Alcuni studi suggeriscono che le partner sono meno preoccupate per la sessualità rispetto ai pazienti, (24,30), ma questo può essere dovuto al fatto che esse si aspettano la perdita di disponibilità sessuale dei loro compagni e sanno di dover rinunciare al sesso prematuramente. Un’altra spiegazione potrebbe essere fata da una disfunzione sessuale femminile in atto.

Gli interventi sono anzitutto di tipo informativo (effetti del cancro alla prostata, menopausa, disfunzione erettile);  a questi seguono interventi medici per ripristinare la funzionalità sessuale e interventi psicolosessuologici, per migliorare  la comunicazione e l’intimità, oltre che l’ampliamento del proprio repertorio sessuale).

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Dr. Walter La Gatta

Adattato da:

The psychosocial aspects of sexual recovery after prostate cancer treatment, International Journal of Impotence Research (2009) 21, 107-115; doi: 10.1038 / ijir.2008.67; pubblicato online il 15 gennaio 2009

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Amare due donne contemporaneamente – Consulenza online

Buongiorno, ho bisogno di aiuto per un problema che sta logorando la mia vita. Ho 38 anni, da sempre timido, il che mi ha portato a scegliere una compagnia di amici non tanto dissimili da me, da cui ho ricevuto più solidarietà per i problemi che stimoli a superarli. Ho avuto la mie storie ovviamente non precoci.
A 14 il primo bacio vero, a 17 una storia di 3/4 mesi ,una amica che diventa la mia ragazza per la notte di capodanno, una ragazza a cui piacevo ma io ero in fissa per un’altra e poi tanti amori non corrisposti.
Mi definirei un romantico, sempre innamorato, più di una figura idealizzata che di personalità conosciute veramente.
A 23 ho vissuto un amore incompleto con M. che mi ha segnato. Lei bellissima ed io inadatto.
Lei, la ragazza che guardano tutti, di una bellezza ed un fascino irresistibile, mi bloccava. Eppure se accettava i miei inviti dovevo capire di piacerle.
Uscivamo, io impacciato non riuscivo né a sfiorarla né tantomeno a baciarla.Discorsi,silenzi, poi solo all’ultimo, sotto casa sua balbettavo qualcosa su di noi.
Una volta le chiesi se mi amava e lei mi disse che si era “affezionata” a me.
Le scrissi una lettera in cui cercavo di spiegarle cosa provavo e cercai di scriverla il meglio possibile.
Dopo un anno ho conosciuto R. con cui invece ho scoperto la serenità ed il sesso.
Con lei mi sentivo tranquillo senza cercare di essere quello che non ero.
Lei si sentiva esaltata da me, rilassata, realizzata, più sicura ed io mi sentivo completato.
Da 14 anni siamo insieme,conviviamo da 5, mai tradita.
La nostra intimità (pur variando) parte sempre dal mio corteggiamento,il suo concedersi a poco a poco,a letto,al buio,in silenzio,con delicatezza.
Da sempre prende la pillola, clitoridea ,spesso la penetrazione le fa male (mi consola dicendo che è perché ce l’ho grande,ma sono nella media) il che ci ha abituato a tanto sesso orale che piace molto ad entrambi, col quale ci doniamo diversi orgasmi ogni volta.
Mai avuto problemi di eiaculazione precoce,semmai il contrario,con lei che si stanca prima.
R. mi vuole bene e viviamo quasi in simbiosi, con alti e bassi, come tutti (credo).
Non ho mai dimenticato M. Ci scambiavamo gli auguri per i compleanni e le feste.
Era evidente l’imbarazzo quando ci incrociavamo per caso.
Svegliato dal terremoto è stata la prima persona per cui mi sono preoccupato.
Dopo 4 anni che stavo con R. ci siamo rivisti, lei era reduce da una storia importante di 3 anni finita col suo ragazzo ed un’altra.
Lei mi disse che ci conoscemmo perché lei mi aveva messo gli occhi addosso e che custodiva gelosamente la mia lettera e tutti i nostri ricordi.
Quando le dissi che già mi ero innamorato di lei una volta, scoppiò a piangere.
Forse ero troppo preso da R. o forse M. mi diede l’idea di essere una persona incapace di stare da sola e non volevo rischiare di essere un rimpiazzo, comunque riprese la vita di sempre. Fatta di ricordi e rimpianti.
Da qualche mese però ho riscoperto il mio primo amore con M.
Proprio dagli auguri di Natale ci siamo ritrovati a scambiarci sms e dopo poco le chiesi un incontro.
Mi sembra di vivere un sogno con Lei che non mi ha mai dimenticato nonostante diverse storie e l’attuale convivenza.
Ci vediamo di nascosto, mentiamo ed i sensi di colpa si fanno sentire.
Personalmente non trovo ancora il coraggio di lasciare R. che mi vuole un gran bene e con la quale (menzogne a parte) riesco a star bene. Sono certo sia la persona che mi capisce di più al mondo, tanto da averle parlato più volte del mio amore giovanile.
Credo di amarle entrambe, anche se diversamente.
Ritrovarsi dopo 15 anni con M. mi fa battere forte il cuore, commuovermi.
Questo amore romantico è fatto di poesie ,promesse,dichiarazioni ma anche di lontananza,privazioni,segretezza.
Quando ci vediamo la passione è tanto forte da travolgerci anche in pubblico.
La prima volta che ci siamo appartati in macchina, non pensavo ad un rapporto completo,pensavo di farla star bene come so fare, con la mia bocca.
Invece ho scoperto che a Lei non piace.
Lei ardeva dal desiderio e voleva essere penetrata, e con forza,anche senza protezioni.
Vederla così attiva,sentirla gemere,contrarsi e muoversi con gesti incontrollati mi ha un po’ spiazzato.
In quell’occasione sono stato dentro di lei almeno 40min senza riuscire a venire e purtroppo senza far venire Lei.
Vederla ad un passo dal’orgasmo e non riuscire a donarglielo è diventato un pensiero fisso. Inoltre mi sono risentito inadatto come un tempo.
Ho pensato al suo compagno che sicuramente riesce farla godere.
Le volte successive era tale l’ansia da prestazione che ho provato ad accarezzarla ma Lei mi voleva dentro.
Ero così eccitato che dopo pochi minuti ho dovuto ritrarmi (non ci sono abituato) ed eiaculare,scusandomi.
Preoccupato ho letto molto sull’eiaculazione precoce, forse peggiorando la situazione.
Ora accade ogni volta.
Al momento di salutarci, ci scambiamo baci appassionati, l’eccitazione è tale che anche se non previsto,non riusciamo a dividerci.
Dopo mezz’ore di sfregamenti e carezze, ci ritroviamo in macchina nudi,io provo a toccarla, ma lei mi vuole dentro.
Bastano pochi minuti ,ogni volta meno,e non riesco a controllarmi.
Vedendola eccitata, provo toccandola ma non riesco a darle l’orgasmo(Lei non vuole “guidarmi”).
La vedo sempre ad un passo dall’estasi e non fargliela raggiungere temo diventi presto una frustrazione inaccettabile anche per lei.
A casa sono sempre eccitato,pensando a M. e facendo l’amore R. ora succede anche con lei.
M. mi tranquillizza: è questa situazione che ti blocca .
Ci siamo presi un giorno di relax in albergo lontani da tutti,risultato: 1 minuto e poi come se fosse morto.
Solitamente con R. ho un periodo refrattario breve e la seconda volta per venire ci metto un’eternità
Che mi succede?
Ancora una volta M. minimizza, dicendo che quest’aspetto non è così importante e che non sarà sempre così una volta liberi dai sensi di colpa.
Mi dice che più penso ad una cosa e più non avviene.
Io che volevo fosse tutto perfetto per un giorno ideale insieme, il luogo stupendo, l’albergo migliore, mi sono visto come l’unico difetto.
Eppure lei mi guardava estasiata.
Per me la sessualità è inscindibile dall’amore .
E’ così importante perché ne rappresenta l’emblema, l’essere una cosa sola.
Ho paura che quello che sta accadendo al mio corpo rovini tutto.
Cosa posso fare ?
A casa la penso di continuo, a volte mi sveglio tra sogni ed immaginazione non riesco a non masturbarmi .
Altre volte (e mi faccio abbastanza schifo) mi sfogo a letto con R. per la quale provo gli stessi sentimenti di prima anche se mi sono scoperto capace di farle male, perché di questo ne sono cosciente.
Difficile da spiegare, le voglio bene e molto; tolti i momenti in cui dico bugie per coprire gli incontri, le telefonate, ce ne sono altri in cui ho realmente voglia di tenerla abbracciata, baciarla, farle capire che per me è importante.
Difficile per me pensare ad un futuro senza R. la mia compagnia di vita.
Eppure il mio cuore va verso M., quando sono con lei sento di aver seguito quello che ho dentro.
Da una parte vorrei trasformare i sogni in realtà, prendere questo amore ideale e portarlo alla quotidianità , poter fare tutto insieme.
Dall’altra ho paura che da “speciale” diventi normale, ho paura dei problemi, delle discussioni.

Quello che so è che voglio vivere bene questo dono.
E credo di aver bisogno di aiuto per farlo.

Grazie

Gentilissimo,

Lei sostiene che quello che le sta accadendo sia un “dono”: in che senso? Immagino che, in senso figurato, lei si sia convinto di aver ricevuto questo “dono” dalla vita: un bene materiale e spirituale, ricevuto gratuitamente, senza bisogno di contraccambiare o di ricompensare chi glielo ha donato. Una fortuna insomma.
In realtà a me non sembra che le cose stiano esattamente così, in quanto lei sta invece mettendo a rischio la sua stabilità, fisica, psichica e relazionale e si sta giocando alla roulette tutte le certezze che si è faticosamente conquistato.
Ciò che le sta capitando dunque lo definirei piuttosto una “avventura”, cioè una vicenda inattesa e straordinaria, un’impresa attraente, ma rischiosa (visto che tutte le avventure sono emozionanti, ma non tutte purtroppo hanno un lieto fine).
La passione che questa donna le suscita mi sembra legata ad una idealizzazione di questa figura avvenuta nel passato, non escludendo la soddisfazione, quanto mai rara, di poter rivivere al presente una storia di gioventù che le aveva lasciato molti rimpianti: aver avuto accanto una donna bella e desiderabile, oltre tutto innamorata di lei, ma con la quale lei non era riuscito a combinar nulla, a causa della sua timidezza e della sua inesperienza, potrebbe aver lasciato in lei una ferita narcisistica che ora, con questa storia clandestina, le sembra finalmente di lenire e di recuperare.
In realtà le cose non stanno così, perché, si sa, la passione d’amore si alimenta quando ci sono ostacoli e proibizioni: non a caso le fiction televisive ambientano le storie d’amore soprattutto nel passato, quando i due amanti non hanno libertà di azione e le loro storie d’amore sono molto contrastate. L’impossibilità di esprimere liberamente i propri sentimenti, di vivere comodamente la sessualità, genera una sofferenza insopportabile, che si sublima nella passione d’amore.
Se lei potesse vivere questo suo amore con M., così come vive quello con R. lei sarebbe un uomo infelice, perché la vostra sarebbe probabilmente una relazione basata sulla competizione piuttosto che sulla complicità e, messi di fronte ai doveri del quotidiano, passerebbero sicuramente in secondo piano (fino a scomparire) le lettere, le commozioni ed i sospiri d’amore.
Questa relazione “speciale” sta in realtà distruggendo la sua autostima, la sua funzionalità sessuale, la sua identità di persona sincera ed affidabile e in futuro potrebbe distruggere anche la sua relazione di coppia (perché R. è così dolce con lei in quanto si fida di lei, e non è detto che potrebbe restare tale una volta che venisse a conoscenza di questa storia).
Difficile contestarle il fatto che storie di questo tipo risvegliano l’esistenza, accendono l’eros e i sentimenti, donano attimi di felicità indimenticabili… Ma forse andrebbe considerato anche il risvolto della medaglia.
In conclusione, lei dice che desidera vivere questo “dono”, ma che vorrebbe essere aiutato a farlo. Traducendo, vorrebbe forse che qualcuno la aiutasse a superare i suoi sensi di colpa, per vivere questa storia in modo più completo, sia sul piano erotico, sia sul piano sentimentale. Se lei venisse da me come paziente, io non la incoraggerei a continuare questa storia: non per questioni morali, che non riguardano il mio campo d’azione, ma perché penso che lei abbia preso una direzione che non la sta portando sulla strada del benessere personale e della realizzazione di sé.
Le faccio comunque tutti i miei auguri di una vita felice, qualunque sia la sua decisione sul da farsi.

Dr. Giuliana Proietti

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