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Scuola: verso la fine delle classi miste?

ClasseGli adolescenti di sesso maschile fra i 12 ed i 15 anni di età che frequentano scuole in cui gli allievi sono tutti maschi si sentono più sicuri di sé nelle capacità scolastiche rispetto a coloro che frequentano classi miste.

Queste le conclusioni di una ricerca condotta presso l’Institute of Education dalla Dr.ssa Sanchita Chowdhury  che è stata presentata alla Division of Educational and Child Psychology annual conference, il 12 Gennaio 2011, a Newcastle.

Nei Paesi anglosassoni ormai da tempo si sta diffondendo la moda delle classi separate fra maschi e femmine, sostenendo che la coeducazione, ovvero la classe mista, convince tutti sul piano teorico, ma poi “delude” su quello pratico.

Molte ricerche in passato hanno infatti messo in luce l’aspetto del rendimento scolastico, che sarebbe inferiore nelle classi miste, rispetto a quello ottenibile nelle classi solo femminili o solo maschili (che oggi si definiscono “scuole a sesso unico” o “scuole ad educazione differenziata”).

Anche la ricerca di cui parliamo oggi va in questa direzione, puntando l’attenzione non sul profitto scolastico, quanto sulla autostima.

Allo studio hanno partecipato 1.118 ragazzi di età compresa fra i 12 ed i 15 anni, provenienti da due scuole solo femminili, due scuole solo maschili e due scuole miste. Essi hanno dovuto riempire un questionario, in modo che i ricercatori potessero verificare la competenza scolastica, la competenza atletica, la competenza nel cercare e mantenersi un lavoro, le amicizie strette, le capacità di interagire con l’altro sesso e le capacità sociali. (Harter Self Perception Profile).

La ricercatrice Chowdhury ha affermato: “Il questionario ha rivelato alcuni effetti relativi al tipo di scuola frequentato; in particolare, i ragazzi che frequentavano scuole “a sesso unico” si percepivano come maggiormente competenti dal punto di vista accademico ed erano anche maggiormente competenti nell’interazione con l’altro sesso (!).

Queste conclusioni, specialmente l’ultima, non mancano di sorprendere. Forse in Europa, in Paesi più avanzati del nostro, le classi miste esistono da moltissimo tempo e quindi questo ritorno all’antico può avere il sapore di una cosa nuova, ma per noi italiani, che solo da una quarantina d’anni abbiamo superato la tradizione ed il tabù della “classe unica” e abbracciato finalmente l’idea che maschi e femmine possano frequentare le stesse lezioni, negli stessi luoghi, la “novità” che viene dall’estero sembra più strana che mai.

Passi pure l’idea che maschi e femmine rendano di più in classi differenziate (ma la diversità, si diceva una volta, non sviluppa l’intelligenza? ), resta veramente difficile comprendere come si possa dimostrare che ragazzi e ragazze che crescono separati abbiano maggiori competenze con l’altro sesso, per quanto riguarda la capacità di “attrazione romantica” (come viene specificato nella ricerca).

Ancora più sorprendente è leggere in questi programmi che ciò che si vuole evitare è “il nuovo problema della vulnerabilità maschile” o la “conflittualità fra i sessi” e gli “stereotipi di genere”: tranne per il primo punto (la così detta nuova vulnerabilità maschile, di cui parleremo in seguito) sicuramente questi problemi vengono amplificati nelle classi uniche, non certo evitati, come del resto ci insegna l’esperienza scolastica del nostro Paese.

In Italia insomma, questa esigenza di differenziare le classi al momento proprio non c’è. Recentemente tuttavia (2009) è stato organizzato a Roma un Convegno, da parte della EASSE  (European Association Single Sex Education, una associazione senza scopo di lucro), Modelli di scuola nel XXI secolo: la proposta dell’educazione differenziata per ragazze e ragazzi»

Al Convegno hanno partecipato Leonard Sax, psicologo e fondatore della National Association for Single Sex Public Education, il quale sostiene la classe “a sesso unico” in quanto «le ragazze sono in genere più inclini ad accettare l’autorità e ad accontentare gli adulti mentre i ragazzi accettano di compiere il loro dovere solo se ne capiscono la ragione intrinseca e se trovano interessante l’attività proposta» ed anche Sheila Cooper, direttore della Girls’ School Association, del Regno Unito.

Volendo escludere, dalle conoscenze e dalle esperienze che abbiamo, che i ragazzi e le ragazze abbiano degli effettivi benefici nel vivere la loro adolescenza in modo seprato, resta da capire quale è il disegno che viene perseguito da queste associazioni e da queste ricerche. Insomma, cui prodest?

A pensar male, l’unica cosa che viene in mente è che, dividendo i maschi e le femmine in classi separate, si possa più facilmente evitare o eludere l’educazione sessuale nelle scuole, oltre che il contatto quotidiano fra ragazzi e ragazze (e dunque la sessualità fra loro).

A pensare malissimo invece, prendendo spunto dalla “vulnerabilità maschile” di Leonard Sax, se ne deduce che la preoccupazione sia quella che i maschi si sentono umiliati dalle loro compagne di scuola, le quali hanno in genere un profitto molto superiore e sono considerate più brave: non perché sono più intelligenti, ma semplicemente perché sono più studiose.

Non è da escludere che qualche psicologo abbia osservato come, nelle scuole, questo produca un disinteresse maschile verso lo studio, considerato ormai un valore tipicamente “femminile” in cui gli adolescenti maschi non si riconoscono più… Salvo poi doversi confrontare, nella vita adulta, con donne più brave e più preparate di loro, non solo nel lavoro, ma anche, ahimé, nel rapporto di coppia.

Se la preoccupazione fosse realmente questa, il vero problema da risolvere è che i maschi dovrebbero studiare di più, senza sentirsi per questo effeminati. Possibile che non vi sia altro modo, per interessare i maschi allo studio, che dividere le classi? Ed inoltre, perché non proporre le ragazze come esempio positivo da seguire, anziché ritirarsi sull’Aventino per “evitare la competizione fra i sessi”?

Speriamo solo che, per scimmiottare quanto avviene all’estero, i politici italiani non ci propongano ora anche questa “riforma”: verso il nuovo, naturalmente.

Dr. Giuliana Proietti

Fonti:

The British Psychological Society, Boys Feel Academically Confident At Single Sex Schools,
Medical News
Più bravi se la scuola è unisex La Stampa

Links:

NASSPE, National Association for single sex public education
Boys and Girls Together, Taught Separately in Public School, New York Times

Immagine:

Flominator Wikimedia

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3 Commenti in “Scuola: verso la fine delle classi miste?”

  1. sherry Scrive:

    Sarà di sicuro il nuovo obiettivo della Riforma Gelmini bis, visto che della prima, nella pratica, non si vedranno mai gli effetti.
    Certe volte mi chiedo se non siano, magari, gli psicologi maschi a trasferire sui ragazzi i propri problemi con l’altro sesso e fa diventare questioni personali e di un’altra generazione, anche problemi di questa.
    Se può essere vero quello ho sempre notato io a scuola: le ragazze generalmente un gruppo più omogeneo e mediamente più brave dei ragazzi; ma più bravi della classe - cioè quelli con i voti più alti in assoluto e in tutte le materie - tendono a essere solitamente maschi (pochi per la verità, mentre la maggior parte di essi invece è sotto la media e poco sopra la sufficienza) forse per la loro maggiore spinta competitiva e anche per le nostre chiocce-insegnati che tendono a essere più materne coi ragazzi.

  2. sherry Scrive:

    Scusate ma ne approfitto per forvi un quesito che riguarda sempre la differenza fra i generi però nella pubblicità, e non so se sia ma stato oggetto di studio.
    Ho l’impressione che nella pubblicità quando si deve promuovere un prodotto non associabile a un determinato genere sessuale (come il rasoio per gli uomini o un depilatore per le donne) punta comunque sull’immagine femminile quando il soggetto è adulto (forse vi si identificano di più le donne e attrae di più l’attenzione maschile), mentre se c’è un adolescente o un bambino questo è più spesso un maschio (insomma si vedere più spesso mamma, papa e figlio, piuttosto che mamma, papa e figlia; così come nelle pubblicità rivolte ai minori quando il prodotto non è smaccatamente rivolto ad un pubblico femminili: i protagonisti degli spot sono quasi sempre ragazzi e bambini maschi) perché?

  3. Dr.W. La Gatta Scrive:

    Il linguaggio influenza il comportamento e il comportamento influenza il linguaggio. Se, per convenzione, la figliolanza unica della coppia viene definita “il figlio”, al maschile, è ovvio che in una rappresentazione simbolica efficace, come è necessario fare in pubblicità, questa figliolanza dovrà avere dei connotati maschili, essere cioè un bambino anziché una bambina. Inoltre, non dimentichiamo che in molte culture (e da noi era così fino a pochi decenni fa) avere solo figlie femmine era una disgrazia.

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