C’è un libro in America, pubblicato lo scorso gennaio, che sta facendo ancora molto discutere: si chiama “The Trauma Myth” (Il Mito del trauma), di Susan Clancy, che tratta di abusi sessuali subiti nell’infanzia.
L’autrice, psicologa ricercatrice presso l’Università di Harvard, nel campo della memoria, andando decisamente controcorrente, sostiene in questo libro che nella maggior parte dei casi, non esiste nessun trauma del bambino che ha subito un abuso sessuale.
Susan Clancy non ritiene che l’abuso sessuale su un minore non sia dannoso, anzi, lo ritiene molto dannoso per l’equilibrio psicologico di una persona, ma argomenta che il bambino ha poche possibilità di vivere, sul momento, un trauma così violento come siamo portati a ritenere. La Clancy riconosce che un abuso sessuale possa causare gravi problemi psicologici alle vittime, ma a suo dire il trauma non è immediato, esso sorge solo quando i ragazzi abusati raggiungono la pubertà o l’adolescenza, in quanto cominciano a comprendere meglio ciò che è il sesso e quello che gli è successo quando erano piccoli.
Spesso, per questo, le vittime di pedofilia si sentono in colpa per ciò che hanno collaborato a fare, o non hanno impedito, e per questo si vergognano con sé stessi, sentendosi traditi nella fiducia da parte della persona che li ha abusati.
La Clancy rifiuta il modello secondo il quale il trauma di un abuso sessuale sia la principale causa di danni psicologici e sostiene che la maggioranza dei bambini non stia fisicamente male durante gli abusi sessuali, visto che in genere essi collaborano con i loro abusanti, per ricevere ricompense, come i giocattoli, che l’aggressore spesso gli fornisce.
Raramente, secondo la Clancy, l’abuso comporta la violenza fisica o la minaccia di violenza, perché l’abusante è qualcuno di cui il bambino si fida e ciò di cui ha principalmente bisogno è di non essere notato. Un uomo, per avere rapporti sessuali con un bambino (l’età media delle vittime è di 10 anni, secondo Clancy), dovrà usare la sua autorità e la fiducia che il bambinogli dimostra, al fine di ottenere il contatto sessuale che desidera.
Per quanto riguarda l’attività sessuale vera e propria poi, secondo la Clancy essa è raramente penetrativa: ai bambini potrebbe non piacere questa attività o potrebbero avere sentimenti contrastanti al riguardo e dunque il pedofilo la evita.
I bambini affamati di attenzione e di affetto potrebbero sentirsi gratificati dalle speciali attenzioni che ha il pedofilo nei loro riguardi: per questo gli abusanti individuerebbero come prede quei bambini vulnerabili, che non hanno un forte sostegno nelle loro famiglie e che sperano di ottenere affetto altrove.
Ciò che, secondo l’autrice, i bambini sperimenterebbero più di ogni altra cosa è una combinazione di paura e smarrimento, ma anche di piacere: non solo perché non si rendono pienamente conto di ciò che il loro aggressore gli sta facendo, specialmente se è fatto al buio, ma anche perché l’esperienza produce sentimenti ed emozioni contrastanti.
La Clancy fa notare che ai bambini viene continuamente detto cosa debbono fare: essi devono farsi fare le iniezioni da medici e infermieri, mangiare cibo che odiano, impegnarsi in attività che non amano (come eventi sportivi o suonare strumenti musicali), e trascorrere il tempo con altri bambini e adulti che non gradiscono. A volte sono fisicamente puniti per le loro azioni dai loro genitori o altri familiari. Un abuso sessuale potrebbe facilmente essere percepito sul momento come un’altra delle cose incomprensibili che gli richiede un adulto.
L’abuso sessuale infatti non è mai spiegato, mai integrato nella esperienza dei bambini abusati, e mai concettualizzato in un modo che abbia un senso per loro. Spesso i bambini piccoli non hanno alcuna comprensione del sesso o del funzionamento dei genitali degli adulti, e anche se hanno qualche conoscenza di base sulla riproduzione umana, o hanno guardato video porno, sono ancora troppo piccoli per mettere in relazione tutto questo con quello che gli sta capitando.
Crescendo, essi giungono a comprendere come siano stati utilizzati per il piacere dell’abusante e il rendersi conto di aver in qualche modo collaborato li fa sentire terribilmente in colpa.
I commenti dei lettori di questo libro su Amazon sono molto divisi: c’è chi loda apertamente queste tesi, chi le condanna fermamente, attaccando la credibilità scientifica delle argomentazioni della Clancy, la quale appare troppo comprensiva nei confronti dei pedofili.
I suoi avversari ritengono che l’esperienza sessuale con un adulto sia sicuramente traumatica, anche sul momento, e se non viene ricordata come tale, ciò è dovuto alla rimozione o alla dissociazione dei ricordi traumatici, i quali possono essere comunque recuperati tramite l’ipnosi o la psicoterapia.
A proposito di memorie di traumi, i ricercatori Elizabeth Loftus e Richard McNally sostennero tempo fa che non esiste il recupero della memoria, e che le persone che hanno esperienze traumatiche tendono a ricordarle sin da subito, vividamente. Non senza ironia la Clancy (che da studentessa ha collaborato con McNally ad Harvard) sostiene che a volte le persone non si ricordano gli abusi nella loro infanzia semplicemente perché… Non sono stati traumatici.
Considerato il precedente libro dell’autrice (Come la gente riesce a credere di essere stata rapita dagli alieni, Harvard UP, 2005), è difficile non concludere che la Clancy ami la polemica e l’attenzione della stampa.
Fonte: Metapsychology
L’argomento è in effetti particolarmente difficile e imbarazzante: cosa ne pensano i nostri lettori?
Dr. Giuliana Proietti







Gentile Ria,Anzitutto ben ritrovata! (ci siamo conosciute su un altro Blog…) Personalmente ritengo che, su questo argomento, non sia possibile generalizzare. E' vero infatti, come sostiene l'autrice di questo libro, che le molestie e gli abusi sessuali possono svolgersi con modalità differenti e che, in alcuni casi, il bambino possa non rendersi pienamente conto di quello che sta facendo, o che gli viene richiesto di fare. In questo senso è sicuramente possibile che il malessere psicologico possa arrivare molto più tardi, non appena si acquisisce piena consapevolezza di quanto è avvenuto (presumibilmente questo dovrebbe avvenire a partire dal periodo dell'adolescenza).
Ma da qualche parte dentro di loro ciò non provoca comunque una ferita? intendo: pur ripetendo lo schema, nella buona fede che questo sia giusto, esso non ha provocato una ferita in loro (picchiare un figlio trattandolo come una capra mette in atto una relazione differente rispetto a quella che prevede carezze) e non la provoca nel bambino?
Questa tesi contro-corrente dell'autrice del libro, andava secondo me proposta, allo scopo di approdondire il dibattito sull'argomento pedofilia. Detto ciò, non tutto quello che l'autrice sostiene è condivisibile: basti penare ai tanti bambini che vengono abusati con violenza e poi uccisi, perché non possano testimoniare degli atti sessuali subiti. Quanto ai sensi di colpa e ai tabù culturali, me la caverei con un esempio che ha a che fare con quello da lei citato sull'antica Grecia, anche se questa volta si parla di altro: in una società dove è "normale" dare punizioni corporali ai bambini, e questo comportamento è ampiamente diffuso, a scuola come in famiglia, ben pochi, da adulti, affermerebbero di essere stati vittime di "violenza familiare"… Anzi, è possibile che da adulti essi ripetano le stesse violenze verso i propri figli, senza sensi di colpa e senza pensare di creare traumi particolari ai propri figli.
Però questa tesi ne discenderebbe, dunque, che l"effetto trauma" provato a posteriori sarebbe un portato culturale, e non psicologico oggettivo.Cioè in una società come quella greca antica, dove il rapporto sessualizzato adulto-bambino era praticamente normale, anche l'effetto traumatico sarebbe minore.