Gayle Rubin, il concetto di “genere sessuale” e le guerre femministe sul sesso

Gayle Rubin è una figura chiave nel mondo accademico, per quanto riguarda l’antropologia sessuale. La Rubin (classe 1949), femminista e lesbica, già quando era studentessa presso l’Università del Michigan, nel 1969, manifestò interesse per le tematiche femminili e fu la prima a comporre un piano di studi interamente fondato sugli Studi sulle Donne. La sua tesi di laurea fu pubblicata nel 1974, ma le sue teorie trovarono piena diffusione solo nel 1994, anche presso la stessa Università del Michigan, dove la Rubin trovò impiego come docente e dove tutt’ora insegna.

Il suo libro più famoso, “The Traffic in Women: Notes on the ‘Political Economy of Sex” aprì  il filone dell’antropologia di genere negli Stati Uniti. Questo testo propose un’ ambiziosa “economia politica del sesso”, partendo dalla lettura critica di Lévi-Strauss, ma anche di Marx e Engels, di Freud e di Lacan. Nel saggio la Rubin tentò di scoprire i meccanismi storici e sociali attraverso i quali si producono il ruolo di genere e come ai soggetti di sesso femminile venga assegnato un ruolo secondario nelle relazioni umane.

Sulla scia della Beauvoir, la Rubin affermò che “il sesso come lo conosciamo è un prodotto sociale” ed inventò il concetto di “genere sessuale” (gender), ovvero di quella costruzione culturale che impone una rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo o di donna, distinguendolo dal sesso (sex), che costituisce il corredo genetico, basato su un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici, che distinguono il maschio dalla femmina.

Del concetto di “genere” poi il femminismo si appropriò largamente per spiegare la costruzione sociale del genere, cioè della trasformazione della “femmina” (in senso biologico) nella “donna” (oppressa). Un po’ come la trasformazione del “negro” nello “schiavo”, dice la Rubin, la sessualità biologica viene trasformata in un prodotto dell’attività umana, attraverso il quale vengono soddisfatti i bisogni sessuali.

Come avviene tutto ciò: la Rubin individua questa trasformazione biologica-culturale nella pratica dello scambio delle donne, comune nella società patriarcale. Il genere sessuale, secondo l’autrice, è nato dal punto di vista antropologico proprio dalla pratica dello scambio delle donne, quando esse costituivano una sorta di dono, di compenso, per le attività svolte dagli uomini. Le donne nascevano biologicamente femmine, ma assumevano pienamente il loro ruolo di genere quando veniva fatta la distinzione fra “attività maschile” e “ricompensa femminile”. Per un uomo, dare una figlia o una sorella in matrimonio ad un altro uomo era come fargli un dono, dargli una ricompensa, dal momento che la donna ottenuta in dono implicava la creazione di un legame forte con il donatore, tale da trasmettere, in un sol colpo,  “appartenenza piena alla sua famiglia, accesso alla sessualità, status genealogico, e altri diritti”.

All’epoca la Rubin aveva una visione marxista della società, poiché quello era il paradigma teorico più utilizzato negli anni Settanta per leggere i fenomeni sociali, ma dal quale in seguito la Rubin si allontanò. All’epoca la Rubin vedeva gli uomini come i capistalisti e le donne come le merci, cioè come un oggetto di scambio. La sua utopia era dunque quella di realizzare una società “androgina e priva di generi sessuali” in cui i ruoli di genere non fossero utilizzati per definire la gerarchia sociale.

Le conclusioni del libro richiamano le donne al vero oggetto della loro lotta per la parità: ciò che devono combattere non è l’altro sesso, ma la differenza fra i generi sessuali. La Rubin prende le distanze dall’antimaschilismo estremo delle femministe radicali e propone una “strategia di recupero” degli uomini che consenta di superare il sistema “sesso-genere”. Per esempio, dice la Rubin, se la cura dei figli fosse condivisa sin dall’inizio da entrambi i genitori, non esisterebbero più le condizioni che danno luogo al compesso di Edipo e al successivo formarsi dei ruoli di maschio e di femmina. La differenza anatomica non darebbe più luogo alla differenza di genere, sociale e culturale.

Il termine “Gender”, come si è detto, dopo il successo di questo libro entrò nell’uso ed ancora oggi nelle librerie dei Paesi anglofoni si trova questo termine per indicare il settore dove trovare libri che parlano di tematiche femministe.

Il passo più conosciuto e citato del libro della Rubin è il seguente:Gli uomini e le donne sono, è ovvio, diversi. Ma non sono così diversi come il giorno e la notte, la terra ed il cielo, la vita e la morte. Dal punto di vista della natura gli uomini e le donne sono più simili gli uni alle altre che a qualsiasi altra cosa – alle montagne, ai canguri o alle palme da cocco. L’idea che siano diversi tra loro più di quanto ciascuno di essi lo è da qualsiasi altra cosa deve derivare da un motivo che non ha niente a che fare con la natura”

Nel saggio del 1984 “Thinking Sex”, la Rubin si distaccò notevolmente dalle formulazioni del suo primo libro. Erano cambiati i tempi ed in America era andata al potere la destra, con Ronald Reagan. Si era dunque formato un movimento ostile alle posizioni degli omosessuali, all’espressione libera di atteggiamenti gay nei parchi o nei locali, vi erano  attacchi contro i lavoratori del sesso e forti movimenti, anche femministi, contro la pornografia. La Rubin analizzò in questo testo il sistema valoriale che vari gruppi sociali — destra, sinistra, femministe, conservatori — attribuivano alla sessualità, per comprendere cosa ciascun gruppo ritenesse buono o cattivo in essa. Introdusse così l’idea del “Charmed Circle” della sessualità, ovvero di una sessualità “buona”, bene accolta e addirittura incoraggiata all’interno della società, e di una sessualità “cattiva”  estranea alla società e addirittura sua antagonista. La Rubin indicò la via di liberazione delle donne nelle pratiche lesbiche ed in tutti quei comportamenti favorevoli alla piena libertà sessuale.

La Rubin aderì al movimento Sex-positive feminism, conosciuto anche come pro-sex feminism, o sex-radical feminism, sexually liberal feminism, e perfino fun-feminism. Il movimento nasceva in risposta alle femministe che si battevano all’epoca contro la pornografia e che consideravano il materiale pornografico come forma di oppressione dell’uomo sulla donna (McElroy, 1995). Questo periodo di intenso dibattito ed acrimonia fra femministe sex-positive ed anti-pornography degli anni Ottanta viene spesso chiamato “Feminist Sex Wars” .

Le femministe Sex-positive credevano che la libertà sessuale fosse una componente essenziale della libertà femminile. Per combattere l’idea patriarcale, contraria alla libertà sessuale, queste donne si unirono a tutti i gruppi che rappresentavano una minoranza sessuale considerata “negativa” dalla società, come gli attivisti LGBT, i produttori di pornografia, i movimenti anti-censura, ecc.

La Rubin scrisse che le femministe anti-pornografia esageravano il pericolo prodotto da questo materiale, prendendo di mira solo le immagini più impressionanti, che poi mostravano fuori-contesto (ad esempio quelle sado-masochistiche), volendo dimostrare che questi materiali contenevano una violenza contro le donne, senza considerare che quelle scene si riferivano invece a delle fantasie, interpretate da attori consenzienti di mostrarsi in quel modo (Rubin, 1984). Le sex-positive feminists ritenevano che la pornografia fosse importante tanto per gli uomini quanto per le donne e che non vi fosse nulla di degradante in essa (McElroy, 1996; Strossen, 2000).

Personalmente ero (e sono) ancora dalla parte delle femministe anti-pornografia, le quali ritenevano, come ben sintetizzò Robin Morgan, che:
La pornografia è la teoria; lo stupro è la pratica”.

Nel 2006 la Rubin è stata elencata nel libro di David HorowitzI 101 Professori universitari più pericolosi d’America.” I suoi libri non sono stati tradotti in Italiano. Quanto alle femministe sex-positive, ci sono ancora. Tra esse la pornostar Annie Sprinkle

Dr. Giuliana Proietti

Fonti:

Gayle Rubin, Wikipedia
Studi di genere, Wikipedia
Sex-positive feminism, Wikipedia
Sex-positive feminism, The Free Library

Links:

Women’s Studies

El trafico de mujeres pdf (spagnolo)

Sexual Traffic pdf (inglese-intervista)

Libri:

.Adriana Cavarero, Franco Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori
. Lewin  Ellen, Feminist Anthropology, Wiley-Blackwell, 2006
. Rubin, Gayle. “The Traffic of Women: Notes on the ‘Political Economy’ of Sex.” Toward an Anthropology of Woman. Ed. Rayna Reiter. New York: Monthly Review Press, 1975. 157-185, 198-200.

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Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
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● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
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● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
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● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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