Sul luogo di lavoro le persone che subiscono maggiori molestie fisiche o ricatti sessuali sono le donne ed in particolare le donne più giovani.
L’ISTAT ha calcolato che, negli ultimi tre anni, il tasso di molestie sul lavoro ha riguardato le giovanissime (14-24 anni) nel 3,6% dei casi e le giovani donne (25-34 anni) nel 4,3% dei casi.
Il maggior numero dei casi di molestie e ricatti sul lavoro lo si è registrato nelle regioni del sud (3,2%). Quanto alla tipologia dei luoghi, questi fatti accadono in particolare nei piccoli centri con meno di 2000 abitanti (3,4%) oppure nelle grandi aree metropolitane (2,9%).
I motivi per cui alle donne viene chiesto di mostrarsi disponibili sessualmente sono fondamentalmente tre: ottenere un lavoro, avere un avanzamento di carriera, o semplicemente tenersi il lavoro (e non essere licenziata).
Negli ultimi tre anni le donne che hanno subito il ricatto sessuale sono state 227 mila (l’1,6 per cento). Ciò che caratterizza maggiormente le vittime di ricatti sessuali è il possesso di un titolo di studio elevato: le donne che presentano il tasso di vittimizzazione più basso hanno, infatti, al massimo la licenza elementare (1,8 per cento nella vita e 0,1 per cento negli ultimi tre anni).
Questi ricatti sessuali vengono ripetuti praticamente ogni giorno e comunque più volte alla settimana a circa la metà delle donne che subiscono queste molestie (43,1%). Le più fortunate, che subiscono il ricatto “qualche volta al mese” sono l’11,4% e coloro che lo subiscono “raramente” sono il 31,9 %. I ricatti sessuali fatti per promettere avanzamenti di carriera si verificano con una frequenza più ravvicinata.
I lavori in cui le donne sono maggiormente esposte a queste richieste di disponibilità sessuale nel momento della ricerca di occupazione sono quelli di impiegata o addetta alle vendite di beni e servizi (in particolare cassiera, commessa, cameriera, parrucchiera, estetista, cuoca), ma anche come professionista nelle attività intellettuali e scientifiche (es. medico, docente, ricercatrice, giornalista, archeologa, interprete)
Tra le donne che hanno subito ricatti per mantenere il lavoro, oppure per progredire nella carriera, c’è una netta prevalenza di donne che lavorano nelle attività intellettuali e scientifiche e nelle professioni tecniche.
Negli ultimi tre anni, la frequenza dei ricatti è risultata maggiore in questi settori : 1) commercio (24,4 per cento), 2) attività immobiliari e informatiche (14,3 per cento), 3) attività manifatturiere (10,3 per cento), 4) altri servizi (10,3 per cento), 5) sanità ed altri servizi sociali (8,7 per cento) e 6) alberghi e ristoranti (6,8 per cento).
Se non guardiamo agli ultimi tre anni, ma alla vita intera delle donne, la frequenza dei soggetti che hanno subito ricatti è maggiore fra coloro che lavorano nelle attività immobiliari e informatiche 16,2 per cento (15,7 per cento quelli al momento dell’assunzione e 18,2 per cento per mantenere il posto di lavoro).
Nel commercio invece il rischio maggiore si presenta al momento dell’assunzione (24,5 per cento) e non per mantenere il posto di lavoro (17,6 per cento).
Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7 % dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro (80,2 per cento negli ultimi tre anni). Solo il 18,3 % di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza, soprattutto ai colleghi (10,6 per cento).
Quasi nessuna delle vittime ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. Le motivazioni più frequenti per la mancata denuncia del ricatto subito nel corso della vita sono:
1) la scarsa gravità dell’episodio 28,4 per cento),
2) l’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (23,9 per cento),
3) la mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla loro impossibilità di agire (20,4 per cento)
4) la paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (15,1 per cento).
Se invece guardiamo solamente agli ultimi tre anni, sono diminuite le donne che non denunciano i loro molestatori perché temono di essere trattate male o perché hanno paura, mentre sono aumentate le donne che non lo fanno perché ritengono non particolarmente grave l’episodio (31,4 per cento) oppure perché sono riuscite da sole o con l’aiuto dei familiari a gestire la situazione (28,4 per cento).
Per quanto concerne la gravità del ricatto ricevuto, la maggior parte delle donne (67,7 per cento) lo ritiene molto o abbastanza grave, poco più del 20 per cento lo ritiene poco grave e meno del 10 per cento per niente.
L’11,9 per cento delle donne che hanno subito ricatti negli ultimi tre anni (15,7 per cento nel corso della vita) ha preferito non rispondere al quesito posto dal questionario ISTAT in cui si chiedeva che esito avesse avuto il ricatto sessuale ricevuto, per motivi di privacy, ma sappiamo che il 57,2 % delle donne si è trovata costretta ad abbandonare volontariamente il lavoro o ha rinunciato alla carriera. C’è naturalmente chi è stata licenziata (2,5%) e chi ha continuato a lavorare nello stesso posto (3,3 %) in un contesto ovviamente super-stressante, mentre il 2,7 per cento si è messa in malattia. Nel 3,8 per cento dei casi non vi è stato alcun esito.
In questi ultimi anni sono diminuite le telefonate oscene. In passato si sono registrati casi pari al 33,4 per cento (riferito a tutta la vita della donna nel 1997-1998). Il dato era già sceso al 24,8 per cento nel 2002 per raggiungere il 17,9 per cento nel 2008- 2009. Non si tratta naturalmente di un provvidenziale ravvedimento dei molestatori: il crollo delle telefonate oscene va messo in relazione ai cambiamenti nel panorama della telefonia avvenuti nei dieci anni tra le due interviste: dal 1997 al 2008 sono diminuite le famiglie aventi il telefono fisso (90,4 per cento nel 1997, l’83 per cento nel 2002, 71,9 per cento nel 2008) a favore di una maggior diffusione del possesso del solo cellulare (1,8 per cento nel 1997, 13,1 per cento nel 2002, 26,6 per cento nel 2008). Sono diminuite, quindi, le donne esposte al rischio perché meno donne sono raggiungibili tramite telefono fisso. A ciò va aggiunto che la possibilità di rintracciare il chiamante attraverso la visualizzazione del numero ha avuto un effetto deterrente nei confronti di tale tipologia di molestia sessuale.
Anche il numero delle vittime di molestie fisiche appare fortemente diminuito rispetto a 10 anni fa, ma il decremento era evidente già nel 2002. Ciò potrebbe essere frutto di un assestamento e consolidamento el quadro osservato nel 2002, imputabile ai mutamenti del quadro legislativo, ma anche al diverso ruolo dei media negli ultimi anni nonché all’emergere di una nuova coscienza femminile.
Un punto di passaggio fondamentale è rappresentato dalla legge sulla violenza sessuale del 1996 Legge del 15 febbraio 1996, n. 66) che riconosce il reato di violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale pubblica. Negli anni tanti casi della giurisprudenza hanno fatto discutere sul concetto di violenza e sugli esiti processuali, positivi o negativi, hanno a lungo parlato i media, rompendo così il silenzio che aveva caratterizzato gli anni precedenti.
Accanto ai cambiamenti nella cultura giuridica, va segnalato che si parla di più di violenza sessuale attraverso i media. L’attenzione legislativa e dei media ha fatto sì che crescesse la legittimazione dell’esistenza del fenomeno, che fosse possibile parlarne e, di conseguenza, anche essere vittime senza sentirsi colpevolizzate. Ad esempio, molti tribunali hanno organizzato sessioni specializzate dedicate ad affrontare i casi di violenza, continua e si specializza l’azione dei centri antiviolenza, sempre più preziosa e radicata sul territorio.
Tutto ciò contribuisce a costruire un clima di condanna e stigmatizzazione sociale della violenza contro le donne e favorisce l’inibizione di manifestazioni violente verso di loro.
Giuliana Proietti
Fonte:
ISTAT Le molestie sessuali, 15-09-2010
Guarda anche questo studio canadese sull’argomento:
Ken McGuffin
University of Toronto, Rotman School of Management
Immagine:
Etenil, Flickr






